di Giuseppe Gagliano –
La denuncia presentata a Parigi contro TotalEnergies per il cosiddetto “massacro dei container” in Mozambico non è solo un caso giudiziario. È la radiografia di come si intrecciano guerra, affari energetici e responsabilità delle grandi imprese quando decidono di operare in aree devastate da insurrezioni jihadiste e fragilità statale. In gioco non c’è soltanto la reputazione di una compagnia, ma il principio per cui una multinazionale può essere chiamata a rispondere, anche penalmente, per le azioni delle forze che proteggevano i suoi cantieri.
La provincia mozambicana di Cabo Delgado è diventata, nel giro di pochi anni, il laboratorio di una contraddizione bruciante: una delle zone più povere del Paese trasformata in piattaforma per uno dei più grandi progetti di gas naturale liquefatto in Africa. L’impianto sulla penisola di Afungi, controllato da TotalEnergies attraverso la filiale Mozambique LNG, è il cuore di un investimento da decine di miliardi, sostenuto da governi occidentali, agenzie di credito all’esportazione e grandi banche.
Su questo scenario si abbatte, dal 2017, l’insurrezione armata di gruppi legati allo Stato Islamico, che sfruttano marginalizzazione sociale, fallimenti dello Stato mozambicano e frustrazione delle comunità locali escluse dai benefici del gas. L’assalto del marzo 2021 alla città di Palma, con oltre mille civili uccisi o rapiti, è il punto di svolta: esplode una violenza di massa a pochi chilometri dal cantiere di Afungi, dove le forze governative e milizie alleate si attestano per difendere il progetto.
Secondo l’inchiesta giornalistica che ha preceduto la denuncia, tra giugno e settembre 2021 i militari mozambicani incaricati di proteggere l’impianto avrebbero rastrellato centinaia di uomini sospettati, spesso senza prove, di fiancheggiare gli insorti. Testimonianze di sopravvissuti raccontano di uomini separati da donne e bambini, violenze sessuali, pestaggi e poi la deportazione in due container metallici usati come posto di blocco all’ingresso della concessione.
Tra 180 e 250 uomini sarebbero stati rinchiusi per settimane in quelle strutture di lamiera, sotto il sole, con temperature altissime, pochissimo cibo e quasi nessuna acqua. Molti sarebbero morti per soffocamento, fame, sete. Altri sarebbero stati portati via in piccoli gruppi, giustiziati e fatti sparire. Solo poche decine sarebbero sopravvissute grazie all’arrivo di truppe ruandesi, inviate a contenere i gruppi armati legati allo Stato Islamico.
Non si tratta quindi di un episodio isolato ma, se le accuse saranno confermate, di un sistema di repressione brutale messo in atto proprio nella zona che dovrebbe essere la vetrina del “nuovo Mozambico energetico”.
Di fronte a queste accuse, TotalEnergies ha sempre mantenuto una posizione netta: nessuna responsabilità per le azioni delle forze mozambicane che presidiavano il sito, nessuna prova di abusi sistematici, nessuna conoscenza del massacro dei container. L’amministratore delegato Patrick Pouyanné ha liquidato le denunce come “false accuse” e ha sfidato gli accusatori a esibire prove concrete.
La denuncia depositata a Parigi sostiene invece che quelle prove esistono e sono in parte contenute nei documenti interni della stessa compagnia: rapporti di sicurezza che segnalano da tempo comportamenti violenti, abusi, persino uccisioni commesse dai soldati di stanza presso l’impianto. Non solo: dopo un grave incidente nell’agosto 2021, TotalEnergies avrebbe decurtato la paga di mille militari e l’esercito avrebbe espulso duecento uomini dal sito. Segno che la compagnia era perfettamente consapevole del livello di violenza esercitato da chi ne garantiva la protezione.
Eppure, sottolinea l’ECCHR, il sostegno materiale alla Forza speciale congiunta – alloggio, cibo, equipaggiamenti, bonus – sarebbe proseguito. Con una clausola che, sulla carta, suona quasi grottesca: i premi economici sarebbero stati revocati in caso di violazioni dei diritti umani. Come se bastasse una nota a piè di pagina nei contratti per trasformare un contesto di guerra sporca in uno spazio di legalità controllata.
Il cuore politico e giuridico della vicenda sta qui: se una compagnia finanzia, alloggia e sostiene logisticamente forze che commettono crimini di guerra, fino a che punto può considerarsi “terza”? La denuncia sostiene che TotalEnergies non è una vittima collaterale del caos di Cabo Delgado, ma un attore che, pur avvertito della deriva delle forze di sicurezza, ha continuato a trarre vantaggio da quel dispositivo repressivo.
Se il procedimento penale dovesse andare avanti e arrivare a processo, la giustizia francese sarebbe chiamata a rispondere a una domanda che riguarda tutte le grandi imprese occidentali impegnate in progetti estrattivi in zone di guerra: è possibile separare la logica del profitto dalla responsabilità sulle modalità con cui viene garantita la sicurezza?
Il progetto di Afungi non è solo TotalEnergies. Attorno al cantiere ruotano prestiti, garanzie e sostegni di governi e banche pubbliche di Stati Uniti, Regno Unito, Paesi Bassi. Agenzie come la Banca di esportazione e importazione statunitense o il credito all’esportazione britannico hanno impegnato miliardi per sostenere il gas mozambicano, presentato come nuova grande fonte per diversificare le forniture europee e asiatiche.
Le accuse di crimini di guerra trasformano questo progetto in un rischio reputazionale e politico enorme. Alcune banche francesi si sono già ritirate, reti ambientaliste e di difesa dei diritti umani chiedono a governi e istituzioni di tagliare i finanziamenti. Non è più solo una questione di emissioni o di clima, ma di complicità con torture, sparizioni e stragi.
TotalEnergies, dal canto suo, lamenta costi extra per miliardi di dollari e chiede al governo mozambicano di rimborsare le spese, mentre cerca di riavviare i lavori e di rassicurare partner e investitori. Ma il conflitto tra la logica del rientro economico e quella della responsabilità giuridica è evidente.
Dietro la battaglia legale c’è un Mozambico che rimane schiacciato tra l’insurrezione jihadista, la militarizzazione di intere regioni, la corruzione e la dipendenza dai grandi investimenti esteri. Le comunità di Cabo Delgado, le prime a subire le conseguenze della guerra e dei progetti energetici, sono anche le meno ascoltate.
Il “massacro dei container”, se provato, è il simbolo di questa distorsione: civili poveri, sospettati a priori, torturati e uccisi davanti ai cancelli del più grande investimento straniero del continente. Se la giustizia francese deciderà di aprire un procedimento, non sarà solo TotalEnergies a essere sotto processo. Lo sarà un intero modello: quello che pretende di portare sviluppo attraverso progetti giganteschi, ma che troppo spesso ignora il prezzo umano che viene pagato perché quei progetti vadano avanti.




