di Giuseppe Gagliano –
Negli ultimi anni le relazioni tra Cina e Francia nel campo della ricerca scientifica, in particolare quella biologica, sono state caratterizzate da una crescente diffidenza, culminata in un episodio recente che ha attirato l’attenzione internazionale. A un ricercatore cinese è stato impedito di lavorare presso un laboratorio di microbiologia francese gestito dall’Institut National de Recherche pour l’Agriculture, l’Alimentation et l’Environnement (INRAE), per motivi legati alla sicurezza nazionale. Questo evento, emerso in occasione della 61ma Fiera Internazionale dell’Agricoltura di Parigi il 23 febbraio 2025, riflette un cambiamento significativo nella posizione di Parigi nei confronti di Pechino, segnando un punto di svolta nella cooperazione scientifica tra i due Paesi. Questo articolo esplora il contesto, le implicazioni e le dinamiche alla base di questa decisione, analizzando le tensioni geopolitiche, i precedenti storici e le preoccupazioni legate alla biosicurezza.
La collaborazione tra Francia e Cina in ambito scientifico risale a decenni fa, con un momento chiave nel 2004, quando i due Paesi hanno siglato un accordo per la costruzione del laboratorio di massima sicurezza biologica BSL-4 a Wuhan, in Cina. Questo progetto, nato sotto l’egida del presidente francese Jacques Chirac e del suo omologo cinese Hu Jintao, mirava a rafforzare la cooperazione nella lotta contro le malattie infettive emergenti, come la SARS. La Francia ha fornito assistenza tecnica, formazione e competenze per la costruzione del laboratorio, che è stato completato nel 2015 e inaugurato ufficialmente nel 2017. Scienziati cinesi, tra cui la rinomata virologa Shi Zhengli, nota come Batwoman per le sue ricerche sui coronavirus dei pipistrelli, sono stati formati in strutture francesi, come il laboratorio Jean Mérieux-Inserm di Lione. Tuttavia, la collaborazione ha presto mostrato segni di tensione: i ricercatori francesi non hanno mai avuto pieno accesso al laboratorio di Wuhan, nonostante gli accordi prevedessero una presenza di 50 scienziati francesi per cinque anni. Questa mancanza di trasparenza ha alimentato sospetti sulla gestione cinese del laboratorio e sull’uso delle sue ricerche.
L’episodio recente che ha visto un ricercatore cinese escluso da un laboratorio dell’INRAE segna un ulteriore deterioramento delle relazioni. Sebbene i dettagli specifici sul ricercatore e sul laboratorio coinvolto non siano stati divulgati pubblicamente, il caso è stato citato come una misura preventiva per proteggere la sicurezza nazionale francese. L’INRAE, un istituto di ricerca di primo piano nel settore agricolo e ambientale, conduce studi su patogeni che potrebbero avere implicazioni per la salute pubblica e la sicurezza alimentare. La decisione di bloccare il ricercatore è stata motivata da preoccupazioni legate alla possibilità che informazioni sensibili, soprattutto in ambito microbiologico, possano essere utilizzate in modo improprio o trasferite a entità straniere, in particolare al governo cinese.
Questo episodio si inserisce in un contesto più ampio di crescenti timori occidentali sulle attività di ricerca cinesi, in particolare dopo la pandemia di COVID-19. Le ipotesi sull’origine del virus SARS-CoV-2, che alcuni ritengono possa essere sfuggito accidentalmente dal laboratorio di Wuhan, hanno intensificato il controllo sulle collaborazioni scientifiche con la Cina. Sebbene l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia definito estremamente improbabile l’ipotesi della fuga dal laboratorio, le indagini condotte dagli Stati Uniti e da altri Paesi, come quella ordinata dal presidente Joe Biden nel 2021, hanno mantenuto viva la teoria. Inoltre, nel 2023, l’ex capo del Centro cinese per il controllo delle malattie George Gao ha ammesso che l’ipotesi di una fuga dal laboratorio non può essere completamente esclusa, pur sottolineando che un’indagine interna cinese non ha trovato irregolarità nel laboratorio di Wuhan.
La decisione francese di bloccare il ricercatore cinese riflette un cambiamento di paradigma nella politica di sicurezza nazionale, con un’enfasi crescente sulla protezione delle infrastrutture critiche e delle conoscenze scientifiche. La Francia, come altri Paesi occidentali, teme che la Cina possa utilizzare la ricerca congiunta per accedere a tecnologie sensibili o per sviluppare capacità con applicazioni militari. Già nel 2004, esperti francesi in guerra biologica avevano espresso riserve sul progetto del laboratorio di Wuhan, temendo che potesse essere usato per sviluppare armi batteriologiche. Questi timori sono stati rafforzati da rapporti che segnalavano carenze nelle procedure di sicurezza del laboratorio di Wuhan.
Inoltre, la Cina è stata accusata di scarsa trasparenza nella gestione delle informazioni scientifiche. Durante la pandemia, Pechino è stata criticata per aver ritardato la condivisione dei dati sul virus e per aver limitato l’accesso degli investigatori internazionali al laboratorio di Wuhan. Questo ha alimentato la diffidenza, spingendo Paesi come la Francia a riconsiderare le collaborazioni scientifiche. Nel caso dell’INRAE, la decisione di escludere il ricercatore cinese potrebbe essere stata influenzata anche da pressioni geopolitiche, in particolare dall’alleanza Five Eyes composta da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Nuova Zelanda e Australia.
L’esclusione del ricercatore cinese ha implicazioni che vanno oltre il caso specifico. Da un lato, segnala una crescente politicizzazione della ricerca scientifica, con la sicurezza nazionale che prevale sulla cooperazione internazionale. Questo potrebbe limitare lo scambio di conoscenze in settori cruciali come la microbiologia, dove la collaborazione globale è essenziale per affrontare minacce come le pandemie. Dall’altro lato, riflette un irrigidimento delle relazioni tra Cina e Occidente, con la Francia che si allinea a una posizione più cauta adottata da altri Paesi come gli Stati Uniti, che hanno sospeso finanziamenti a progetti congiunti con la Cina nel 2020.
Sul piano scientifico, il caso solleva interrogativi sull’equilibrio tra sicurezza e progresso. La Cina ha investito pesantemente in laboratori BSL-4 con l’obiettivo di competere con le potenze occidentali nella ricerca sui patogeni più pericolosi. Tuttavia, la mancanza di esperienza e le preoccupazioni sulla gestione di questi laboratori hanno alimentato dubbi sulla loro sicurezza. La Francia, con la sua lunga tradizione in microbiologia, potrebbe temere che la condivisione di tecnologie avanzate possa compromettere la propria sicurezza, specialmente in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche.
La Cina ha reagito con critiche alle accuse occidentali, definendo le teorie sulla fuga dal laboratorio come una politicizzazione della pandemia. Pechino ha sottolineato l’importanza della cooperazione scientifica e ha respinto le insinuazioni su programmi di armi biologiche. Tuttavia, casi come quello dello scienziato bloccato dall’INRAE potrebbero spingere la Cina a limitare ulteriormente l’accesso dei ricercatori stranieri ai propri laboratori, creando un circolo vizioso di sfiducia.
Per la Francia, la decisione rappresenta un tentativo di bilanciare la cooperazione scientifica con la protezione degli interessi nazionali. Tuttavia, ciò potrebbe avere conseguenze a lungo termine, come una riduzione delle opportunità di ricerca congiunta e un rallentamento del progresso in campi come la lotta alle malattie infettive. L’INRAE, che ha esposto il caso alla Fiera Internazionale dell’Agricoltura di Parigi, potrebbe utilizzare questa piattaforma per sottolineare l’importanza della biosicurezza, ma anche per promuovere un dialogo su come gestire le collaborazioni internazionali in modo sicuro e trasparente.
Il blocco di uno scienziato cinese da parte di un laboratorio francese segna un momento significativo nelle relazioni tra Cina e Francia, evidenziando le crescenti tensioni nel campo della ricerca biologica. Le preoccupazioni per la sicurezza nazionale, alimentate dai precedenti legati al laboratorio di Wuhan e dalla pandemia di COVID-19, hanno spinto Parigi a adottare una posizione più cauta. Tuttavia, questa decisione rischia di compromettere la cooperazione scientifica globale, essenziale per affrontare le sfide del futuro. Il caso dell’INRAE sottolinea la necessità di trovare un equilibrio tra sicurezza e progresso scientifico, in un mondo in cui la scienza è sempre più intrecciata con la geopolitica.




