
di Giuseppe Gagliano –
Nella polveriera della Striscia di Gaza, dove da mesi la furia delle bombe si mescola con la fame e la disperazione, ogni movimento, ogni alleanza, ogni scelta strategica rischia di diventare un boomerang. E così, mentre Hamas arranca sotto i colpi dell’offensiva israeliana, emergono nuovi protagonisti sulla scena: milizie tribali come quella di Yasser Abu Shabab, che per molti analisti rappresentano la prova di un’inedita, e rischiosa, strategia di Tel Aviv.
Le Forze Popolari guidate da Abu Shabab si muovono nel settore meridionale di Gaza, tra Rafah e il valico di Kerem Shalom. Ufficialmente dicono di voler garantire la sicurezza dei convogli umanitari. Ufficiosamente, circolano voci di rapine e saccheggi. D’altronde lo stesso Abi Shabab è stato condannato per traffico di droga e contrabbando. Hamas li accusa apertamente di collaborare con l’occupante, di fare il lavoro sporco di Israele, e persino le Nazioni Unite puntano il dito contro bande criminali locali attive nella stessa zona.
L’operazione di Tel Aviv è semplice quanto pericolosa: sfruttare rivalità tribali e reti locali per minare Hamas dall’interno. A giugno il primo ministro Netanyahu ha confermato di aver attivato clan palestinesi su consiglio dei servizi di sicurezza, fornendo loro armi leggere in cambio di un supporto sul territorio. L’obiettivo? Evitare una rioccupazione diretta della Striscia, logorare Hamas e ridurre le perdite israeliane.
Una strategia di breve periodo che ha già i suoi detrattori: l’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, per esempio, non ha esitato a evocare presunti legami fra Abu Shabab e lo Stato Islamico. Accuse forse infondate, ma che rivelano un’ansia tutta israeliana: oggi questi gruppi possono sembrare utili idioti, domani potrebbero trasformarsi in mine vaganti. La storia del resto è piena di milizie foraggiate per ragioni contingenti e poi diventate incontrollabili.
Hamas, dal canto suo, appare più fragile che mai: leader decapitati, tunnel distrutti, sostegno iraniano incerto. Eppure, per quanto logorata, resta la sola forza in grado di opporsi a Israele nella Striscia. In questo vuoto di potere si inseriscono attori come le Forze Popolari: piccoli gruppi senza reale legittimità politica, percepiti dalla popolazione più come bande criminali che come liberatori.
Israele li usa per esercitare un controllo indiretto, ma è un controllo fragile. Gaza è un labirinto di clan, vendette e alleanze che durano il tempo di una convenienza. Quello che oggi è un alleato, domani può diventare un nemico. E una volta creato un potere parallelo, smantellarlo non è mai semplice.
Abu Shabab è la cartina di tornasole di un errore storico: credere che Gaza possa essere pacificata con i proxy locali e le faide tribali. Specialmente se la realtà è che ogni nuovo attore armato aumenta il caos e sposta più lontano l’unico approdo possibile: un accordo politico, per quanto imperfetto.
Per ora la milizia di Abu Shabab rimane un’arma tattica nelle mani di Israele. Ma Gaza ci ha insegnato che le armi tattiche, nelle mani sbagliate, possono scatenare tempeste strategiche. E allora, forse, sarebbe bene che a Tel Aviv qualcuno rileggesse la storia recente prima di affidare il futuro a milizie di poche centinaia di uomini con più interessi criminali che visione politica.











