Gaza. Ancora morti per gli attacchi israeliani

Il Consiglio Esteri Ue vuole una riunione del Consiglio di associazione con Israele.

di Mohamed Ben Abdallah

Non si fermano le operazioni dell’esercito israeliano a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza dove secondo il Mossad vi sarebbero elementi di Hamas ma anche centinaia di migliaia di profughi palestinesi fuggiti da mesi di violenze e di bombardamenti della piccola regione. Dopo la terribile strage che ha visto 45 civili palestinesi, bambini compresi, morire per le bombe dei carri armati in una tendopoli, ancora oggi si sono registrate vittime, almeno 21 di cui la metà donne, a causa degli attacchi israeliani su una zona ospedaliera situata nella parte occidentale di Rafah, ma il bilancio delle vittime da quando ha preso il via la risposta israeliana all’attacco di Hamas del 7 ottobre ha superato le 36mila unità. Colpita dai carri armati anche la zona orientale di Rafaf, dove sono segnalati numerosi feriti tra i civili: obiettivo dell’operazione sono stati presunti depositi di Hamas, ma le testimonianze raccolte dalla Reuters parlano di numerosi edifici abitativi distrutti.
Intervistato per Canale 2, il consigliere per la sicurezza nazionale di Israele Tzachi Hanegbi ha affermato che “i combattimenti a Gaza continueranno per almeno altri sette mesi”, mentre da Ankara il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha spiegato al suo partito Akp che Israele “non rappresenta una minaccia solo per i palestinesi, ma anche per la pace mondiale e per l’umanità intera”, e che “fino a quando Israele non sarà messo sotto controllo e non darà prova di rispettare i vincoli internazionali, non vi sarà nessun paese al sicuro”. Si è quindi rivolto ai paesi islamici chiedendosi: “cosa aspettate a prendere una decisione per tutelare la dignità, i diritti e la vita delle sorelle e dei fratelli palestinesi?”.
Ieri a Bruxelles si è riunito il Consiglio europeo Esteri, la prima riunione dopo il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti di Benjamin Netanyahu. I ministri hanno chiesto a Israele una riunione urgente del Consiglio di associazione, come previsto dall’accordo, e il portavoce del Pesc, Peter Stano, ha riferito in conferenza stampa che ancora non è stato concordato il modo di affrontare il tema, ma che “i ministri hanno chiesto all’Alto Rappresentante di proporre ulteriori misure concrete da discutere in Consiglio Ue per affrontare la situazione complessiva, incluse possibili misure contro gli estremisti o contro l’inosservanza degli ordini della Corte Internazionale”. Non è chiaro se Israele accetterà di incontrare i vertici europei, ma in questo caso a farne le spese potrebbe essere il Consiglio di associazione stesso.
Tre giorni fa a Bruxelles il primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Mohammed Mustafa ha chiesto a tutti i paesi europei di seguire l’esempio di Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovenia, che nei giorni scorsi hanno riconosciuto la Palestina come Stato. Il Pesc Josep Borrell ha auspicato un impegno europeo volto a fortificare il ruolo dell’Anp, anche finanziariamente, ma ha affermato che non vi devono essere iniziative dei singoli membri volte al riconoscimento della Palestina, bensì un’azione concertata a livello di istituzione europea.
Il britannico The Guardian ha riportato che già prima del mandato d’arresto della Corte penale internazionale nei confronti del premier Benjamin Netanyahu e del ministro della Difesa Yoav Gallant, oltre che degli esponenti di Hamas Yahya Ainwar, Mohammed Deif e Ismail Haniyeh, l’ex capo del Mossad Yossi Cohen aveva incontrato in più occasioni e minacciato l’ex procuratore capo della Corte penale internazionale Fatou Bensouda in merito alle indagini per crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Israele nei Territori occupati. La prestigiosa testata si è rifatta a indagini condotte in collaborazione con giornali locali sia palestinesi che israeliani, le quali indicherebbero le numerose attività dell’intelligence israeliana contro la Corte penale internazionale.