di C. Alessandro Mauceri –
Distratti da altre guerre, secondo alcune stime sono almeno una cinquantina i Paesi in cui sono in corso conflitti armati, e dai Mondiali di calcio, si parla sempre meno della strage di civili nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Eppure, come confermano i dati del 228mo Rapporto dell’UNRWA sulla crisi umanitaria nei Territori Palestinesi Occupati, la situazione continua a peggiorare giorno dopo giorno. Rapporto sulla situazione UNRWA #228 sulla crisi umanitaria nella Striscia di Gaza e nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est.
Tra il 7 ottobre 2023 e il 27 giugno 2026, secondo i dati del Cluster Sanitario del Ministero della Salute palestinese (MoH), nella sola Striscia di Gaza sono stati uccisi 73.054 palestinesi, tra cui oltre 20mila bambini, mentre i feriti hanno raggiunto quota 173.480.
Drammatica la situazione anche nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est. I dati dell’OCHA parlano di 1.105 palestinesi uccisi, di cui almeno 242 bambini. Solo nel 2026 le vittime minorenni sono state 59. L’ultimo caso risale al 29 giugno, quando un bambino palestinese è stato ucciso dalle forze israeliane nella città di Al Bireh durante un’operazione di ricerca. Si aggiunge ai numeri impressionanti riportati dalla Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio Palestinese Occupato, inclusa Gerusalemme Est, e su Israele, nel rapporto dedicato alle violazioni commesse contro i bambini palestinesi.
L’UNRWA continua a monitorare gli spostamenti della popolazione sfollata e la situazione dei siti di accoglienza, nonostante da mesi ai suoi operatori viene impedito l’accesso ai Territori Palestinesi Occupati – la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est – per fornire assistenza diretta alla popolazione. Un impegno che ha avuto un costo umano altissimo: dal 7 ottobre 2023 a oggi sono morte 392 persone legate all’UNRWA, di cui 310 membri del personale e 82 collaboratori.
A Gaza, anche il sistema sanitario continua a deteriorarsi. Scarseggiano persino i medicinali essenziali. Nelle ultime settimane, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Ministero della Salute palestinese hanno segnalato un significativo aumento dei casi di varicella, con il numero più elevato registrato a Khan Younis, seguita dal Governatorato di Gaza.
Nel frattempo prosegue senza sosta l’occupazione dei territori palestinesi. Secondo quanto riferito dall’UNRWA, le forze israeliane starebbero effettuando operazioni di demolizione. Nel quartiere di al-Jabariyat, nella Cisgiordania settentrionale, le ruspe hanno raso al suolo abitazioni già colpite dai bombardamenti. L’obiettivo sarebbe quello di preparare l’area per l’installazione di una base militare permanente israeliana. Si tratterebbe di un’iniziativa senza precedenti, poiché l’intervento nell’Area A della Cisgiordania costituirebbe una violazione dell’Accordo di Oslo II del 1995. Un ulteriore segnale di come, in molti contesti, trattati e accordi internazionali sembrino aver perso ogni efficacia. In tutta la Cisgiordania occupata, compresi i dintorni dei villaggi di Kafr ad Dik, Abu Falah e Kafr Malik, i coloni israeliani hanno inoltre creato nuovi avamposti. Dall’inizio di giugno, secondo diverse fonti, le autorità israeliane avrebbero approvato la costruzione di oltre 2.100 nuove abitazioni nei territori occupati.
Ma non è tutto. A maggio un disegno di legge presentato al Parlamento israeliano prevedeva l’estensione del controllo israeliano anche su siti storici della Cisgiordania. Una decisione che, secondo numerosi osservatori, equivarrebbe a un’ulteriore annessione di territori occupati e favorirebbe l’espansione degli insediamenti israeliani. Il provvedimento ha suscitato forti critiche, anche da parte di organizzazioni israeliane per i diritti umani.
Secondo il Dipartimento del Waqf Islamico, nella Gerusalemme Est occupata circa un centinaio di coloni israeliani avrebbe fatto irruzione nella moschea di al-Aqsa. Sempre secondo il Waqf, i coloni sarebbero entrati attraverso la Porta Mughrabi compiendo rituali ritenuti provocatori.
A Hebron, invece, le forze israeliane avrebbero impedito la chiamata alla preghiera presso la Moschea Ibrahimi per l’ottavo giorno consecutivo. Il responsabile della moschea, Munjid al-Ja’bari, ha dichiarato che il blocco della chiamata alla preghiera avrebbe l’obiettivo di rafforzare il controllo israeliano sul luogo di culto e scoraggiare la presenza dei fedeli.
Le principali fonti umanitarie concordano nel rilevare che, dopo l’accordo per il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, nelle aree sottoposte al controllo militare israeliano i rischi per la popolazione civile sono aumentati. Parallelamente, le operazioni di soccorso incontrano ostacoli sempre maggiori a causa delle restrizioni ai movimenti, che provocano ritardi o sospensioni degli interventi salvavita.
Secondo l’OCHA, nella Striscia di Gaza la maggior parte della popolazione palestinese è oggi concentrata in aree sempre più ristrette, dove è costretta a vivere in condizioni di estrema precarietà, tra violenze continue e un livello crescente di insicurezza.




