di Giuseppe Gagliano –

C’è un crimine che non lascia sangue sull’asfalto né macerie fumanti, ma che silenziosamente uccide un principio fondamentale: il diritto di raccontare. Dall’inizio della guerra lanciata da Israele contro la Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre 2023, un numero crescente di giornalisti palestinesi è stato deliberatamente preso di mira. Il loro unico “reato”: usare un drone per documentare la devastazione dall’alto. Le immagini, spesso le uniche in grado di mostrare l’entità reale delle distruzioni, sono diventate un bersaglio. Chi le produce, un nemico.

Il caso di Abdallah al-Hajj è emblematico. Giornalista con oltre vent’anni di attività alle spalle, è stato ferito gravemente, ha perso entrambe le gambe, pochi giorni dopo aver diffuso con il suo drone le immagini del campo profughi di al-Shati. Due giorni dopo, la sua abitazione è stata bombardata. Le immagini raccolte in anni di lavoro distrutte. Ma non è stato un incidente. al-Hajj, uno dei pochi rimasti nel nord della Striscia per assistere i genitori anziani, intervistato da Internazionale racconta che ogni volta che faceva volare il drone, i civili gli chiedevano di mostrare al mondo cosa stava accadendo. “Eravamo ridotti a nutrirci di mangime per animali, e volevano che si sapesse”.

Il messaggio lanciato da Israele è inequivocabile: i droni palestinesi non sono strumenti di documentazione, ma minacce. Eppure, nessuna traccia di attività militare era presente nei luoghi colpiti. Né nel caso di al-Hajj, né in quello di Mustafa Thuraya e Hamza Dahdouh, giornalisti uccisi a gennaio vicino Khan Yunis mentre viaggiavano in auto. Anche loro stavano documentando con un drone. L’esercito ha parlato di “terroristi in attività”, ma un’inchiesta del Washington Post basata su immagini satellitari e video ha smentito la presenza di soldati israeliani nell’area.

Il problema non è soltanto l’uso e l’abuso della forza. È la sistematicità. Dal 7 ottobre almeno cinque giornalisti palestinesi che utilizzavano droni sono stati uccisi o gravemente feriti. Forbidden Stories, il consorzio giornalistico internazionale che ha raccolto le testimonianze, parla apertamente di attacchi deliberati. L’intento, dichiarato o meno, è chiaro: impedire che il mondo veda, che sappia, che conosca.

Molti giornalisti hanno smesso di usare i droni. Altri, come al-Tabatibi, hanno scelto di lasciarli in eredità a colleghi più giovani. Anche loro però sono morti. Ayume e Ibrahim Al Gharbawi, fratelli e videomaker, sono stati uccisi in un attacco aereo poco dopo aver finito di filmare. Mohammed Abu Saada, l’ultimo custode dei droni di al-Tabatibi, è stato ucciso tre mesi dopo. Aveva detto alla madre che l’esercito stava “uccidendo chiunque usasse un drone per filmare”.

Da parte israeliana, la linea è sempre la stessa: non ci sono regole chiare, nessun protocollo definito per distinguere giornalisti e combattenti. Lo confermano anche ex ufficiali come Michael Ofer-Ziv, assegnato alla base di Sde Teiman. “Nessuna regola scritta, tutto lasciato all’interpretazione”. Un altro colonnello, Maurice Hirsch, ha dichiarato che colpire un drone, anche se pilotato da civili, è legittimo se presente vicino a una zona militare. In pratica: chi vola, rischia. E chi racconta, paga.

Il caso di Mahmoud Samir Isleem Al Basos è l’ennesima conferma. Ucciso il 15 marzo durante un cessate il fuoco, stava filmando i preparativi di un pasto del Ramadan per un’organizzazione umanitaria. Israele ha parlato di “terroristi con droni” e ha diffuso una lista di nomi errata. Al Basos non compare, ma il suo nome somiglia a quello di un presunto militante di Hamas, con cui non aveva nulla a che fare. Al-Basos era un giornalista. È stato colpito per quello.

La verità è semplice e drammatica: Gaza è diventata una zona nera per l’informazione. I giornalisti palestinesi, già privi di protezioni formali, sono oggi esposti a un rischio mortale se provano a raccontare con immagini dall’alto quello che l’informazione ufficiale vuole oscurare. Non è censura. È una guerra alle prove, alla memoria, alla verità.

E mentre le organizzazioni umanitarie contano i caduti, oltre mille operatori uccisi dall’inizio del conflitto, e il numero di giornalisti assassinati cresce, l’Occidente guarda altrove. Troppo occupato a salvare la faccia dei propri alleati per alzare la voce contro chi trasforma la stampa in bersaglio.

Ma se il diritto di raccontare viene ucciso insieme a chi lo esercita, allora non è solo la libertà di stampa a morire. È l’idea stessa di giustizia.