di Giuseppe Gagliano –

L’incontro tra i primi ministri di Egitto e Qatar, Mostafa Madbouly e Mohammed bin Abdulrahman, nella città mediterranea di New Alamein, ha sancito una posizione chiara: nessuno spostamento forzato dei palestinesi sarà accettato. Un messaggio diretto a Israele e, indirettamente, agli Stati Uniti, che più volte hanno ipotizzato soluzioni di “trasferimento” della popolazione di Gaza nei Paesi confinanti. Egitto e Giordania, principali custodi della stabilità regionale, vedono in questa ipotesi non solo una minaccia umanitaria ma anche una bomba politica capace di destabilizzare i loro fragili equilibri interni.

Il Cairo spinge da mesi un ambizioso piano da 53 miliardi di dollari per la ricostruzione della Striscia, sostenuto dalla Lega Araba e dall’Organizzazione per la Cooperazione Islamica. Israele e Washington l’hanno bocciato, considerandolo un ostacolo alla loro strategia militare. Eppure il piano riflette un dato di fatto: Gaza non può essere “svuotata”, ma deve essere resa abitabile. Per l’Egitto, il progetto ha anche un valore strategico: attrarre fondi internazionali, rafforzare il proprio ruolo di mediatore indispensabile e contenere il rischio di un’ondata di profughi che minaccerebbe la stabilità del Sinai, già provato da insurrezioni jihadiste.

Mentre Israele prepara l’assalto a Gaza City, Hamas ha accettato una proposta di tregua di 60 giorni con scambio di prigionieri e corpi, avanzata da mediatori con il sostegno americano. Tel Aviv, però, non ha risposto. Netanyahu ha ordinato di accelerare i piani per l’occupazione, mentre figure dell’estrema destra come Bezalel Smotrich chiedono apertamente l’annessione progressiva della Striscia. Questo scenario, oltre a rischiare una catastrofe umanitaria, mette in luce la spaccatura interna israeliana tra chi punta alla deterrenza e chi mira a ridisegnare la mappa dei territori palestinesi.

La posizione congiunta di Egitto e Qatar assume un significato geopolitico rilevante. Due Paesi con agende divergenti — Il Cairo filo-occidentale e Doha vicina ad Hamas — trovano un terreno comune per difendere la causa palestinese. Ciò risponde a due necessità: preservare la propria legittimità interna, evitando di essere percepiti come complici dello sfollamento, e mantenere margini di influenza in una regione dove Israele e gli Stati Uniti cercano di imporre le loro soluzioni. Il coordinamento con Washington, citato nella dichiarazione congiunta, mostra il delicato equilibrio tra fermezza politica e realismo diplomatico.

Mentre la guerra prosegue, gli Emirati Arabi Uniti inaugurano un oleodotto idrico da 6,7 km che porta acqua desalinizzata dall’Egitto a Gaza. Un progetto umanitario, ma al tempo stesso geoeconomico. Controllare l’acqua significa esercitare influenza diretta sulla sopravvivenza di centinaia di migliaia di palestinesi. Con oltre l’80% delle infrastrutture idriche distrutte dai bombardamenti, la nuova condotta offre a 600.000 persone almeno 15 litri al giorno. Non è solo solidarietà: è soft power emiratino che rafforza la posizione di Abu Dhabi come attore umanitario e strategico, capace di inserirsi nei dossier più caldi del Medio Oriente.

La guerra a Gaza si gioca su due tavoli paralleli: quello militare, con Israele determinato a piegare Hamas a costo di devastare la Striscia, e quello politico-economico, con Egitto, Qatar ed Emirati impegnati a evitare lo sfollamento e a costruire le basi materiali per una futura stabilità. La sfida è capire quale logica prevarrà. Se quella della forza, che vede la guerra come unico strumento per ridisegnare i confini, o quella della ricostruzione, che punta a radicare i palestinesi nella loro terra. Per ora, la bilancia pende verso i carri armati israeliani, ma le manovre diplomatiche arabe dimostrano che la partita non è chiusa. Gaza resta l’epicentro di una guerra che è al tempo stesso conflitto militare, crisi umanitaria e scontro geoeconomico.