di Giuseppe Gagliano

La decisione della Turchia di inviare truppe per monitorare il cessate-il-fuoco a Gaza non è un gesto isolato, ma un tassello di una strategia che mira a riportare Ankara al centro della scena mediorientale. Mentre Benjamin Netanyahu respinge ogni presenza militare turca nella Striscia, il governo guidato da Recep Tayyip Erdogan prepara un intervento sotto l’ombrello della forza internazionale promossa dagli Stati Uniti. Non si tratta di una semplice missione umanitaria: la creazione di un centro civile-militare e la pianificazione di pattuglie di sicurezza, protezione delle infrastrutture e addestramento delle forze locali delineano il profilo di un’operazione strutturata e di lungo periodo. Ankara, forte di una lunga esperienza nelle missioni di peacekeeping, punta a guadagnarsi un ruolo determinante nel futuro assetto di Gaza e, per estensione, nell’equilibrio regionale.

L’opposizione di Netanyahu non è solo tattica. Permettere a un Paese come la Turchia, cioè critico verso Israele, vicino a Hamas e alle monarchie del Golfo, di operare sul terreno significherebbe accettare un riequilibrio politico e militare che indebolirebbe l’influenza israeliana nella gestione della sicurezza post-bellica. Con le tensioni interne al governo e l’opinione pubblica israeliana spaccata, Netanyahu sceglie di difendere la linea dura: no alla presenza turca, sì a un controllo più stretto da parte di Tel Aviv e Washington.

Gli Stati Uniti, con Donald Trump e il vicepresidente James David Vance, cercano di bilanciare. Da un lato sanno che la Turchia è un partner strategico nella NATO, dall’altro sono consapevoli che Israele non accetterà mai una presenza turca senza garanzie. Il tono conciliatorio di Vance lascia intendere che Washington vede in Ankara un attore utile per stabilizzare la tregua, anche se in posizione subordinata rispetto alla leadership americana. L’obiettivo è evitare che la ricostruzione di Gaza diventi un terreno di scontro frontale tra alleati.

La posta in gioco è più ampia. La futura ricostruzione di Gaza rappresenta un’enorme opportunità economica e politica: miliardi di dollari in appalti infrastrutturali, accesso strategico alle rotte del Mediterraneo orientale e possibilità di influenzare la gestione dei corridoi energetici e commerciali regionali. La conferenza prevista al Cairo a novembre servirà a definire le regole di questa partita. Turchia ed Egitto, dopo anni di rivalità, si presentano ora coordinate, consapevoli che un’intesa bilaterale può dare loro un peso negoziale maggiore rispetto ad altri attori arabi e a Israele stesso.

Nonostante la tregua entrata in vigore il 10 ottobre, la situazione resta instabile. La liberazione degli ostaggi e dei prigionieri palestinesi non ha eliminato la diffidenza reciproca. Gli scontri episodici, le tensioni sugli aiuti umanitari e la questione dei corpi degli ostaggi deceduti mantengono alta la tensione. L’ingresso della Turchia sul terreno potrebbe ridurre il rischio di un’escalation non controllata, ma potrebbe anche innescare nuove frizioni con Israele, specie se Ankara adotterà un approccio percepito come filo-palestinese.

Il protagonismo turco risponde a una logica precisa: proiettare potere in una regione in cui si sta ridisegnando l’architettura della sicurezza. In questo quadro, Erdogan punta a posizionare la Turchia come attore centrale nella gestione del dopoguerra, affiancando gli Stati Uniti ma senza rinunciare a una propria agenda autonoma. Se Washington riuscirà a conciliare la rigidità israeliana con l’attivismo turco, la tregua potrebbe trasformarsi in un fragile equilibrio di poteri. Se invece prevarrà la logica del muro contro muro, Gaza rischia di diventare non la fine ma l’inizio di una nuova stagione di instabilità mediorientale.