Gaza. Firmato l’accordo, liberati gli ostaggi. Ma manca lo Stato palestinese

di Enrico Oliari

Come stabilito dall’accordo Trump, Hamas ha provveduto al rilascio di tutti gli ostaggi del 7 ottobre e ha consegnato le salme di quelli deceduti, mentre gli israeliani hanno rilasciato quasi 2mila detenuti tra cui esponenti del partito.
I toni trionfalistici di Benjamin Netanyahu e le ovazioni riservate al presidente Usa in Israele continuano tuttavia a celare la parte non ufficiale dell’accordo, ovvero cosa è stato realmente concesso alla parte palestinese per convincere i leader di Hamas a rinunciare a un ruolo politico nel dopoguerra e a fermare le ostilità. Di certo non le minacce roboanti, a cui i combattenti di Hamas sono ormai immuni, basti pensare che già oggi erano in 4mila ad aggirarsi tra le rovine di Gaza, segno di un movimento per nulla piegato dopo due anni di morte e distruzione.
Se quindi in Israele l’avvento di Trump è stato salutato dal nazional sionismo più accentuato (beninteso, con il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir che se la rideva quando Netanyahu parlava di “pace”), a Sharm El Sheikh ha regnato tra i vari leader una certa prudenza, anche questa soffocata dall’euforia di un Trump che firmando l’accordo ha affermato: “È un giorno incredibile per il Medio Oriente, ci sono voluti tre mila anni per arrivare fin qui”.
A sottoscrivere l’accordo Egitto, Qatar e Turchia, cioè i paesi mediatori (ancora una volta l’Ue non è stata promotrice di pace), e tra le cose stabilite vi è l’impiego di Hamas come forza di polizia per un periodo transitorio e l’impegno per una conferenza da tenersi in novembre per la ricostruzione di Gaza.
Trump non ha parlato di uno stato palestinese, ma va detto che l’idea della “Nuova Palestina” era già stata abbozzata nel suo primo mandato. Potrebbe infatti essere proprio la creazione di uno Stato palestinese la chiave di volta impronunciabile che tiene insieme l’impianto dell’accordo.