di Alessandro C. Mauceri –
A Gaza non ci sono più zone sicure. E molte organizzazioni delle Nazioni Unite hanno deciso di sospendere la fornitura di aiuti alla popolazione palestinese. La notizia è arrivata dopo gli ultimi ordini di evacuazione che hanno interessato il governatorato di Deir al-Balah, al centro della Striscia di Gaza dove sono diventate “no safe” anche le ultime “zone sicure”. Secondo le Nazioni Unite in oltre l’84% della Striscia di Gaza (un’area pari a circa 305 chilometri quadrati) è stato imposto dalle autorità israeliane un ordine di evacuazione. Solo l’11% della Striscia di Gaza non è oggetto di sgomberi ma, come hanno ammesso le stesse NU, non si tratta di una porzione di terra “adatta ad abitare, adatta ai servizi, adatta alla vita”. Solo nel mese di agosto 2024, l’esercito israeliano ha rilasciato ben 16 ordini di evacuazione. Di questi, cinque solo nella settimana tra il 19 e il 24 agosto. L’ultimo riguarda il governatorato di Deir al-Balah, al centro della Striscia. Civili e personale sanitario sono stati costretti ad abbandonare anche l’Ospedale dei Martiri di Al Aqsa, l’ultima struttura medica attiva nel centro della Striscia. Era la principale struttura medica di Deir Al-Balah, dove centinaia di migliaia di residenti e sfollati si erano rifugiati, per paura dei bombardamenti.
In una dichiarazione su X, Medici Senza Frontiere (MSF) ha parlato di un’esplosione a circa 250 metri di distanza dall’ospedale di al-Aqsa che ha scatenato il panico. “Di conseguenza, MSF sta valutando se sospendere la cura delle ferite per il momento, cercando di mantenere il trattamento salvavita”. Dei circa 650 pazienti, solo 100 rimangono in ospedale, con sette nell’unità di terapia intensiva, ha detto MSF. “Questa situazione è inaccettabile. Al Aqsa ha operato ben oltre la capacità per settimane a causa della mancanza di alternative per i pazienti. Tutte le parti in conflitto devono rispettare l’ospedale, così come l’accesso dei pazienti alle cure mediche”.
Fino ad ora né Hamas né Israele hanno accettato le proposte presentate dai mediatori ai colloqui in corso al Cairo. La conseguenza per la popolazione è tremenda. Gli israeliani non hanno mai smesso di bombardare la Striscia di Gaza. E i civili palestinesi sono costretti a spostarsi da un posto all’altro del territorio. Nei giorni scorsi, una di loro, Sawsan Abu Afesh, ha detto che lei e i suoi figli sono stati sfollati 11 volte: “Ho lasciato metà dei miei figli dietro di me, ora sono con i miei piccoli e mia figlia, solo Dio può aiutarci… Non ho soldi per il trasporto. Andrò nell’area 17 dove si trova la mia famiglia”.
Già poche settimane dopo l’inizio dei bombardamenti, a dicembre 2023, la situazione era apparsa critica. “Non ci sono zone sicure a Gaza”, aveva dichiarato alla BBC James Elder, portavoce dell’UNICEF. “Questi sono piccoli appezzamenti di terra arida. Non hanno acqua, non hanno servizi, non hanno riparo dal freddo, non hanno servizi igienici”. Da allora la situazione è diventata critica. L’ufficio delle Nazioni Unite ha avvertito che la situazione nella Cisgiordania occupata “potrebbe peggiorare drammaticamente se le ISF continuassero a usare sistematicamente la forza letale illegale e ignorassero la violenza perpetrata dai coloni”.
Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, i palestinesi sono stati presi di mira anche in altre parti della Cisgiordania. Sia dai soldati che dai coloni israeliani armati: recentemente qualche decina di loro hanno attaccato il villaggio di Wadi Rahal a Betlemme. Una delle vittime delle violenze, il 37enne Khalil Salem Khlawi, è stato “colpito alla schiena e ucciso”, presumibilmente da coloni armati o da riservisti dell’esercito. Secondo quanto riportato sul sito delle NU, i coloni hanno anche sparato e ferito altri tre uomini palestinesi e impedito alle ambulanze palestinesi di raggiungere i feriti, ha detto l’OHCHR. Fonti citate dall’OHCHR hanno affermato che le ISF “sono rimaste a osservare fino a quando l’uomo non è stato ucciso, e solo in seguito hanno disperso i coloni, senza arrestare nessuno di loro”.
Anche i funzionari delle Nazioni Unite, spesso, sono stati costretti ad abbandonare le proprie strutture con un preavviso estremamente ridotto. La scorsa settimana, il capo della sicurezza delle Nazioni Unite, Gilles Michaud, ha detto che durante il fine settimana, l’esercito israeliano ha dato solo poche ore di preavviso a più di 200 membri del personale delle Nazioni Unite per lasciare i propri uffici e gli spazi abitativi a Deir al-Balah. “Il momento non potrebbe essere peggiore”, ha detto Michead: attualmente si sta organizzando la campagna di vaccinazione contro la poliomielite che dovrebbe iniziare a breve e che richiederebbe l’ingresso a Gaza di un gran numero di personale delle Nazioni Unite. “Le Nazioni Unite sono determinate a rimanere a Gaza”, ha detto in una dichiarazione Micheaud. “La consegna degli aiuti umanitari continua, un’impresa enorme, dato che stiamo operando nelle periferie più alte del rischio tollerabile. Gli ordini di evacuazione di massa sono l’ultimo di una lunga lista di minacce insopportabili per le Nazioni Unite e il personale umanitario”.
L’International Rescue Committee ha dichiarato che i nuovi ordini di evacuazione di Israele hanno costretto l’organizzazione benefica e altri gruppi umanitari a “fermare le operazioni di aiuto, durante quella che è già una situazione terribile per i civili”. “È urgente che gli attori umanitari possano continuare il loro lavoro, senza la minaccia di sfollamenti o operazioni militari. Esortiamo tutte le parti a proteggere i civili e a facilitare l’accesso umanitario in ogni momento”, ha postato l’organizzazione su X.




