di Giuseppe Gagliano –

Il cosiddetto piano di pace promosso da Trump, cioè cessate-il-fuoco, rilascio degli ostaggi, disarmo di Hamas, smilitarizzazione della Striscia e ricostruzione internazionale, assomiglia più alla linea militare delineata mesi fa dal capo di stato maggiore Eyal Zamir che alle ambizioni politiche del governo Netanyahu. Lì sta la frattura: l’establishment militare vuole obiettivi limitati, misurabili e sostenibili; il governo, pressato dai partner ultranazionalisti, mantiene una postura massimalista che fa del “controllo diretto” e della “vittoria totale” una bandiera identitaria, più utile alla politica che alla strategia.

Per i vertici delle Forze di Difesa israeliane la gerarchia degli obiettivi è chiara. Primo: riportare a casa gli ostaggi, perché il contratto tra Stato e cittadini si regge sulla promessa di protezione. Secondo: evitare l’occupazione prolungata di Gaza, che richiederebbe forze permanenti, rotazioni logoranti e un costo politico ed economico difficilmente sostenibile nel medio periodo. Terzo: costruire un perimetro di sicurezza esterno, cioè sorveglianza tecnologica, interdizione aerea e marittima, pressione selettiva sulle reti di contrabbando, delegando la gestione civile a un’amministrazione ad interim con mandato internazionale.

Questa impostazione non nasce dal pacifismo ma dal calcolo: urban warfare infinito, guerriglia residua, ritorno dei tunnel e un nemico che si mimetizza nel tessuto urbano. La “vittoria totale” in un’area densissima come Gaza è un concetto che la pianificazione militare tratta con freddezza: può produrre usura strategica e riaccendere cicli di violenza senza fine.

Netanyahu ha un’altra bussola. La sua carriera politica è legata al contrasto con il disimpegno da Gaza di Ariel Sharon; ammettere oggi una gestione internazionale o palestinese post-Hamas significherebbe smentire quella narrativa. In più, la coalizione dipende da Smotrich e Ben Gvir, che puntano a una presenza israeliana strutturale nella Striscia, fino a evocare il ritorno degli insediamenti. È un progetto identitario che parla all’elettorato più radicale e trasforma la governance di Gaza in plebiscito interno continuo.

Qui si vede il conflitto tra “tempo della politica” e “tempo della strategia”. La politica cerca consenso immediato, simboli forti e titoli di giornale; la strategia cerca sostenibilità, logistica, linee di finanziamento, alleanze e legittimità internazionale. Spesso le due dimensioni non coincidono.

La proposta americana riprende di fatto il triangolo difeso dai generali: niente occupazione diretta, garanzie di sicurezza dal perimetro, amministrazione ad interim con sponsor internazionali e pacchetto di ricostruzione. Per renderlo digeribile a Israele e alle monarchie del Golfo, Washington (versione Trump) attiva emissari con un piede nella politica e uno nel business regionale, promette fondi, corridoi commerciali e un coordinamento di sicurezza che includa Egitto, Qatar e Turchia. È un disegno di “normalizzazione funzionale”: non risolve la questione palestinese ma congela il fronte, abbassa la temperatura e compra tempo.

Per il governo israeliano, però, questo schema è un’umiliazione politica: niente “trionfo finale”, rientro di attori sgraditi (Ankara in primis), compromessi su gestione e confini. Da qui la resistenza: meglio l’ambiguità del “day after” che una formula scritta che spacchi la coalizione.

La domanda che divide i due apparati è semplice: chi governa Gaza quando i fucili tacciono? I militari accettano un’autorità terza, purché abbia catena di comando, fondi e regole di ingaggio chiare; il governo teme che ogni amministrazione non israeliana diventi incubatrice di una nuova minaccia. Ma l’opzione inversa, il controllo diretto, moltiplica rischi e costi: escalation con attori regionali, isolamento diplomatico, logoramento delle riserve e della coesione interna, impatto economico su turismo, investimenti e rating.

Sul piano operativo, inoltre, l’occupazione stabile genererebbe un paradosso: più presenza, più target. L’intelligence militare lo sa: la deterrenza si misura anche nella capacità di scegliere quando e dove colpire, non nel presidio permanente di un territorio ostile.

La frattura non passa solo tra politica e militari; attraversa anche i servizi. Episodi recenti hanno mostrato divergenze su operazioni fuori area, sul coefficiente di rischio accettabile e sul rapporto con gli Stati Uniti. La diplomazia americana punta a un equilibrio regionale che eviti incidenti strategici con l’Iran e non incendii i rapporti con Ankara, Doha e Il Cairo; l’intelligence israeliana misura le opportunità tattiche ma conosce i limiti della proiezione prolungata. Quando obiettivi politici (dimostrare forza) e obiettivi di sistema (stabilità regionale) si separano, l’operazione perfetta sulla carta diventa boomerang.

Ogni giorno di presenza militare profonda a Gaza comporta spese vive: rotazioni, equipaggiamento, protezione forze, compensazioni ai riservisti, impatti sulla produttività. In un’economia avanzata e integrata come quella israeliana, il costo opportunità è salato: capitale umano sottratto, incertezza che raffredda gli investimenti, premio al rischio nei mercati. La strategia perimetrale costa meno, è scalabile e consente di mantenere il focus su innovazione, deterrenza regionale e superiorità tecnologica. È il motivo per cui lo Stato Maggiore sposa l’approccio “light footprint”: potenza di fuoco precisa, intelligence capillare, partnership tattiche, zero amministrazione diretta.

Primo scenario: compromesso “alla Trump”. Cessate il fuoco condizionato, ostaggi al centro, Gaza demilitarizzata, amministrazione temporanea con forte sorveglianza israeliana dal perimetro. Politicamente divisivo in Israele, ma operativo per i generali e vendibile ai partner regionali in cambio di pacchetti economici e di sicurezza.

Secondo scenario: controllo diretto prolungato. Soddisfa gli alleati di governo, ma apre un conto salatissimo: guerriglia, attrito diplomatico, logoramento sociale. Nel medio termine aumenta la probabilità di incidenti strategici e di isolamento internazionale.

Terzo scenario: ambiguità strategica. Si rinvia ogni decisione, si colpiscono minacce emergenti, si gestiscono “crisi per crisi”. Apparentemente comodo, in realtà instabile: senza architettura politica, ogni episodio rischia di riaccendere il fronte.

In democrazia gli eserciti eseguono le scelte dei governi. Ma quando la scelta politica ignora i vincoli della strategia, ovvero logistica, legittimità, sostenibilità, la crepa si allarga. Oggi i vertici militari israeliani e la diplomazia statunitense convergono su un principio: a Gaza servono obiettivi limitati, una gestione civile delegata e una sicurezza garantita da fuori. La leadership politica israeliana, invece, teme che ogni “day after” condiviso scalfisca il suo capitale simbolico. È qui che il “piano Trump”, pur pensato in chiave americana, appare come la traduzione politica dell’istinto militare: chiudere il fronte, consolidare la deterrenza, evitare il pantano.

La domanda, quindi, non è se quel piano sia perfetto. È se Israele intenda scegliere la strategia che costa meno, protegge di più e tiene unita la società, o se continuerà a inseguire un’idea di vittoria che rischia di frammentare il Paese e logorare la sua superiorità nel lungo periodo. In guerra, la differenza tra ciò che si desidera e ciò che si può davvero sostenere è la linea sottile tra forza e vulnerabilità. A Gaza, quella linea passa oggi tra il governo e i suoi generali.