di Giuseppe Gagliano

L’annuncio dell’esercito israeliano di controllare il 40% di Gaza City rappresenta uno dei passaggi più significativi dall’inizio della guerra. Dopo quasi due anni di conflitto, l’obiettivo di assumere il controllo del principale centro urbano della Striscia non è solo militare: è un segnale politico che si intreccia con le dinamiche regionali e internazionali.

Gaza City non è solo una città: è il fulcro politico, sociale e simbolico dei palestinesi. Prenderne possesso significa colpire al cuore Hamas e affermare una supremazia territoriale difficilmente reversibile. Israele ha intensificato i bombardamenti a tappeto, sacrificando ogni considerazione umanitaria pur di logorare la resistenza. Più di 60 morti palestinesi in un solo giorno, 30 dei quali nella capitale della Striscia, mostrano la logica del conflitto: logoramento totale per piegare la popolazione e privare Hamas di qualsiasi retroterra operativo.

Tuttavia, il rischio di un’occupazione urbana totale è altissimo: guerriglia casa per casa, perdite crescenti per Tsahal e la possibilità di una destabilizzazione duratura. Nonostante il controllo dichiarato del 40%, nessuna grande città araba è mai stata conquistata senza una resistenza strisciante e prolungata.

In parallelo al fronte militare, Israele sta portando avanti un’agenda politica che rischia di chiudere definitivamente la partita palestinese. Secondo indiscrezioni, il segretario di Stato americano Marco Rubio non ostacolerebbe un’annessione parziale o totale della Cisgiordania occupata. Ciò rafforza il blocco ultranazionalista guidato da Bezalel Smotrich, che ha già presentato mappe che riducono i territori palestinesi a poche enclave isolate, simili a riserve.

Se Netanyahu sceglierà la via dell’annessione, Israele passerà dalla guerra a Gaza alla ridefinizione strutturale del conflitto: la cancellazione della prospettiva di uno Stato palestinese indipendente. Una svolta che corrisponde alla visione storica del movimento dei coloni, mai così influente nel governo israeliano.

La posizione americana è tutt’altro che compatta. Rubio apre all’annessione, ma l’inviato Steve Witkoff mette in guardia dal rischio di sabotare le iniziative diplomatiche statunitensi in Medio Oriente. Donald Trump, pur avendo bloccato in passato tentativi simili, oggi non ha preso una posizione chiara: il suo silenzio lascia spazio alle correnti più radicali del governo Netanyahu.

In Europa, invece, cresce il fronte del riconoscimento della Palestina. Francia, Regno Unito, Canada, Australia e Belgio sarebbero pronti a ufficializzarlo durante la prossima Assemblea generale dell’ONU, con l’Arabia Saudita come partner diplomatico privilegiato. Sarebbe un gesto fortemente simbolico, che tuttavia arriverebbe in un momento di escalation sul terreno, con Israele determinato a riscrivere i confini prima di qualsiasi decisione internazionale.

Il controllo su Gaza e l’annessione della Cisgiordania avrebbero effetti devastanti sull’architettura regionale. L’Egitto, già sotto pressione per la crisi economica e per la gestione del confine di Rafah, teme ondate di profughi e destabilizzazione nel Sinai. La Giordania, custode dei luoghi santi islamici a Gerusalemme, rischia di vedere compromessa la sua legittimità interna.

Iran e Hezbollah, osservando l’offensiva israeliana, potrebbero intensificare la loro pressione militare nel Nord, aprendo un secondo fronte. In questo senso, Gaza diventa un detonatore regionale: ogni chilometro conquistato da Israele a Sud aumenta il rischio di guerra a Nord.

Dietro la retorica militare e diplomatica, Gaza resta un nodo economico. La Striscia è un territorio piccolo ma cruciale per i progetti energetici offshore del Mediterraneo orientale. Israele punta a garantire il controllo totale delle coste per sfruttare le riserve di gas senza vincoli palestinesi. Allo stesso tempo, la ricostruzione – già discussa negli ambienti internazionali – potrebbe trasformarsi in una gigantesca opportunità per le imprese israeliane e occidentali, escludendo i palestinesi da ogni reale beneficio.

Israele sta giocando su due piani: la conquista di Gaza City come prova di forza militare e l’annessione della Cisgiordania come vittoria politica definitiva. Ma ogni passo avanti rischia di moltiplicare i fronti di instabilità. Gaza non è solo una città: è un simbolo. E chi controlla un simbolo non sempre controlla il conflitto che quel simbolo rappresenta.