di Giuseppe Gagliano

Il governo del Belgio ha deciso di intervenire nel procedimento avviato dal Sudafrica contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia. In realtà l’iniziativa, è stato precisato, non sostiene automaticamente le accuse sudafricane né si schiera a difesa di Israele. L’intervento, sostiene Bruxelles, serve a chiarire la propria interpretazione della Convenzione sul genocidio in corso dal 1948. Ma in un contesto come questo, ogni “chiarimento giuridico” ha un peso politico enorme, perché contribuisce a definire i confini di ciò che è lecito in guerra e di ciò che non lo è più.

Con l’ingresso del Belgio, il caso intentato dal Sudafrica assume una dimensione sempre più multilaterale. Brasile, Colombia, Irlanda, Messico, Spagna e Turchia hanno già deciso di intervenire. Non si tratta di un blocco omogeneo, ma di un insieme eterogeneo di Stati che condividono una convinzione di fondo: ciò che accade a Gaza non può essere archiviato come una normale operazione militare.

Israele respinge con forza l’accusa di genocidio, definendola infondata e politicamente strumentale, e accusa Pretoria di agire come cassa di risonanza di Hamas. Dal punto di vista israeliano, l’offensiva a Gaza rientra nel diritto all’autodifesa dopo il 7 ottobre 2023, e le vittime civili sono imputate all’uso sistematico di aree densamente popolate da parte dei combattenti palestinesi. È uno scontro di narrazioni che la Corte dell’Aia non può risolvere politicamente, ma che è chiamata a valutare giuridicamente.

Il cuore del procedimento ruota attorno alla definizione di genocidio contenuta nella Convenzione del 1948. Non basta il numero delle vittime, né l’intensità della distruzione. Occorre dimostrare l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. È su questo elemento soggettivo che si gioca la partita più delicata.

Le ordinanze preliminari emesse dalla Corte nel 2024 non hanno stabilito che Israele stia commettendo un genocidio, ma hanno riconosciuto il rischio plausibile che atti vietati dalla Convenzione possano verificarsi. Da qui l’ordine, giuridicamente vincolante, di prevenire tali atti e di garantire l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza. Il problema, noto, è che la Corte non dispone di strumenti coercitivi per imporre le proprie decisioni.

L’intervento belga va letto anche alla luce della politica estera di Bruxelles negli ultimi mesi. Il Belgio ha riconosciuto lo Stato palestinese e ha annunciato la possibilità di sanzioni contro il governo israeliano, motivando la scelta con la tragedia umanitaria in corso a Gaza e con il rilancio di progetti di insediamento a Gerusalemme Est.

Il ministro degli Esteri Maxime Prevot ha ammesso apertamente la tensione tra principio e politica: in astratto, il riconoscimento di uno Stato dovrebbe essere incondizionato; in concreto, la coalizione di governo belga impone compromessi, come il legame tra riconoscimento, rilascio degli ostaggi e uscita di Hamas dalla gestione della Palestina. È il riflesso di una frattura interna che attraversa molte democrazie europee.

Non a caso, il primo ministro Bart De Wever aveva insistito su condizioni rigorose, segnalando quanto il dossier israelo-palestinese sia esplosivo anche sul piano interno.

Il caso Israele-Gaza è diventato una cartina di tornasole per il diritto internazionale. Se la Corte dovesse arrivare, in futuro, a conclusioni pesanti, l’impatto sarebbe devastante sul piano politico e diplomatico. Se invece il procedimento si trascinerà senza esiti chiari, il rischio è l’erosione definitiva della credibilità delle istituzioni giuridiche internazionali.

Il Belgio, intervenendo, sceglie di stare dentro questo conflitto di norme e potere. Non offre una soluzione, ma contribuisce a trasformare il processo in un’arena globale, dove non si giudica solo Israele, ma la capacità dell’ordine internazionale di sopravvivere alle guerre del XXI secolo.

L’intervento belga non è un atto di equilibrio, ma un segnale. Dice che la questione di Gaza non può essere lasciata alla sola dinamica militare o alla diplomazia informale. Dice anche che il diritto internazionale, pur fragile e spesso impotente, resta uno degli ultimi terreni su cui gli Stati possono misurarsi senza ricorrere alle armi.

Ma proprio per questo, ogni passo all’Aia pesa come una dichiarazione politica. E il rischio, sempre più evidente, è che la Corte venga trascinata dentro uno scontro che non riguarda solo la sorte dei palestinesi o la sicurezza di Israele, ma il futuro stesso delle regole che dovrebbero governare la guerra e la pace.