di Giuseppe Gagliano –

Il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi e il segretario di Stato Usa Antony Blinken si sono incontrati ad Amman per discutere della crisi nella Striscia di Gaza e della regione circostante. La Giordania, che condivide un confine con Israele e ha una rilevante popolazione palestinese rifugiata, percepisce l’escalation del conflitto come una minaccia immediata alla propria stabilità interna e regionale. Per questo motivo Safadi ha adottato un linguaggio diretto, accusando Israele di “pulizia etnica” e sollecitando un intervento internazionale per fermare ciò che considera un’aggressione sistematica contro Gaza e, più in generale, contro la popolazione palestinese.

La scelta di parole così forti da parte del ministro giordano riflette l’urgenza con cui Amman vede la necessità di limitare l’azione israeliana, nel timore che il conflitto si trasformi in una guerra aperta, coinvolgendo anche il Libano, dove Hezbollah mantiene un’influenza significativa, rappresentando un ulteriore fattore di instabilità per la regione. Di contro, la posizione di Blinken si configura come più misurata e diplomatica: pur esprimendo preoccupazione per la situazione umanitaria e sottolineando l’importanza della sicurezza lungo il confine tra Israele e Libano, il segretario di Stato non ha richiesto un cessate il fuoco immediato, come fatto invece da altri leader internazionali. Gli Stati Uniti, sostenendo la necessità di una risoluzione diplomatica della crisi e promuovendo la piena attuazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, evidenziano un approccio strategico che mira a contenere la crisi senza però limitare le capacità difensive di Israele.

Washington sembra temere che un cessate-il-fuoco immediato possa rafforzare gruppi armati come Hezbollah, pertanto predilige una politica che consenta di indebolire tali gruppi, garantendo allo stesso tempo il flusso di aiuti umanitari in Gaza, sebbene il numero di camion che entrano nella Striscia rimanga ben al di sotto di quanto raccomandato dallo stesso Blinken. La divergenza tra la posizione giordana e quella americana riflette quindi una differenza di priorità: mentre Amman chiede interventi rapidi e incisivi per fermare quella che considera una minaccia esistenziale, gli Stati Uniti mantengono una linea prudente e strategica, orientata a ridurre le potenziali minacce a lungo termine alla sicurezza di Israele e a limitare l’influenza di attori sostenuti dall’Iran come Hezbollah, bilanciando in tal modo le esigenze umanitarie con gli obiettivi di sicurezza regionale.