Gaza. Il nodo della stabilizzazione: perché Russia, Cina e Paesi arabi dicono no alla proposta USA

di Giuseppe Gagliano –

Tra veti incrociati, divergenze sulla statualità palestinese e timori di un’amministrazione internazionale opaca
La nuova proposta degli Stati Uniti per creare una forza internazionale di stabilizzazione a Gaza, con mandato Onu fino al 2027, si sta scontrando con un fronte di opposizione composto da Russia, Cina e diversi Paesi arabi. Non si tratta di un semplice disaccordo tecnico: il cuore del problema è politico, e riguarda la governance futura dell’enclave, il ruolo dell’Autorità Palestinese e il timore che gli Stati Uniti vogliano istituzionalizzare un organismo di controllo considerato da molti troppo vicino a Washington e a Tel Aviv.
Il punto centrale della disputa è il cosiddetto “Board of Peace”, un consiglio politico transitorio incaricato di gestire Gaza dopo il cessate il fuoco. Russia e Cina, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza con potere di veto, hanno chiesto che venga eliminato del tutto dalla risoluzione. Anche alcuni Paesi arabi lo considerano uno strumento che esautorerebbe l’Autorità Palestinese e introdurrebbe una sorta di protettorato internazionale sotto guida occidentale. L’ultima bozza circolata dagli Stati Uniti mantiene la struttura del consiglio, pur aggiungendo riferimenti vaghi alla “autodeterminazione” e a un futuro Stato palestinese.
La missione americana all’Onu, consapevole del rischio di un blocco diplomatico, accusa Mosca e Pechino di voler creare divisioni. Il segretario di Stato Marco Rubio, cercando di accelerare i negoziati, insiste sulla necessità di approvare rapidamente la risoluzione per “non perdere slancio”. Ma il testo, così com’è, incontra obiezioni profonde: dal percorso verso la statualità palestinese al calendario del ritiro israeliano dalla Striscia.
La nuova bozza prevede che l’esercito israeliano si ritiri gradualmente da Gaza man mano che la forza di stabilizzazione allargherà il proprio controllo sul territorio. Tuttavia lo schema è condizionato a criteri e “standard” di smilitarizzazione concordati con Israele e con gli stessi Stati Uniti, un dettaglio che suscita sospetti tra molti membri del Consiglio. Gli Emirati Arabi Uniti, alleati chiave di Washington, hanno dichiarato apertamente di non vedere ancora un quadro operativo credibile per la missione e, allo stato attuale non intendono parteciparvi.
A complicare ulteriormente il quadro c’è l’opposizione dichiarata del primo ministro israeliano Netanyahu a uno Stato palestinese e al ritorno dell’Autorità Palestinese a Gaza. Le ambiguità della bozza statunitense, che suggerisce un futuro orizzonte politico condiviso tra Israele e palestinesi, urtano contro le posizioni del governo israeliano e generano ulteriore incertezza.
Sul fronte Onu, quasi tutti i membri del Consiglio di Sicurezza hanno inviato emendamenti alla proposta americana. Alcuni diplomatici, parlando in anonimato, ritengono che gli Stati Uniti abbiano tre opzioni: accettare modifiche sostanziali, mettere comunque il testo ai voti rischiando un veto russo o cinese, oppure bypassare l’Onu creando una “coalizione dei disponibili” composta da Paesi pronti a intervenire militarmente a Gaza senza un mandato formale delle Nazioni Unite. Quest’ultimo scenario evocato riflette la frustrazione americana e il timore di un’impasse prolungata.
Mosca e Pechino hanno tentato di ridimensionare profondamente la bozza, accettando solo una missione che faccia diretto riferimento al Consiglio di Sicurezza. Non vogliono organismi paralleli, né strutture politiche intermedie. Il timore è che il Board of Peace crei un precedente di governance internazionale aggirando il controllo dell’Onu in un territorio sensibile.
La missione di stabilizzazione, secondo il testo americano, avrebbe il compito di garantire la smilitarizzazione di Gaza, disarmare i gruppi armati, proteggere i confini, coordinarsi con una forza di polizia palestinese addestrata e supervisionata dagli stessi contributori, e garantire l’afflusso degli aiuti umanitari. Una visione che molti considerano eccessivamente orientata a una gestione securitaria piuttosto che politica.
Tra i possibili partecipanti alla missione figura l’Indonesia, il più grande Paese musulmano al mondo. Jakarta ha dichiarato di aver già addestrato fino a 20.000 uomini per operazioni sanitarie e di ricostruzione, ma il ministro della Difesa Sjamsoeddin ha chiarito che non esiste ancora alcuna decisione sul dispiegamento e che tutto dipenderà dal mandato e dall’evoluzione delle discussioni con Stati Uniti, Egitto, Qatar e altri attori chiave.
La vicenda rivela un dato di fondo: sulla stabilizzazione di Gaza esistono visioni incompatibili. Gli Stati Uniti vogliono una missione internazionale forte con una componente politica sotto tutela. Russia, Cina e diversi Paesi arabi chiedono un processo multilaterale autentico, che riconosca ruolo e legittimità dei palestinesi. Israele punta invece a una smilitarizzazione permanente senza concessioni politiche significative.
Tre progetti differenti per un territorio schiacciato da anni di guerra.
Una pace duratura, in queste condizioni, appare ancora lontana.