di Giuseppe Gagliano

La gestione della crisi di Gaza segna un cambio d’epoca per Israele. Il premier Netanyahu, da “alleato riluttante”, si ritrova relegato al ruolo di comprimario nella strategia americana. Il comando e la supervisione degli aiuti umanitari sono ormai sotto il controllo diretto di Washington, che ha istituito a Kiryat Gat, nel sud di Israele, il Centro di Coordinamento Multinazionale (CMCC) guidato dal Centcom e da duecento militari statunitensi. È un’operazione che ridefinisce gli equilibri regionali, spostando il baricentro decisionale fuori da Tel Aviv. Gli Stati Uniti decidono ora modalità, tempi e quantità degli aiuti diretti nella Striscia, mentre Israele si limita ad aprire i varchi di transito, spesso rallentando o bloccando le consegne.

L’esercito israeliano consente l’accesso solo da due punti: Kerem Shalom e, in misura minore, Erez. L’area settentrionale di Gaza resta tagliata fuori, e il ponte di Allenby tra Israele e Giordania, dove si accumulano tonnellate di beni umanitari, è rimasto chiuso per mesi. Le organizzazioni internazionali denunciano che molti carichi autorizzati contengono merci commerciali e non beni di prima necessità. Le Ong parlano apertamente di sabotaggio amministrativo: regole di registrazione imposte da Tel Aviv hanno bloccato per settimane i loro convogli.

A essere colpiti sono anche materiali definiti “a duplice uso”, come pali per tende, bisturi o pomate mediche, classificati come potenzialmente trasformabili in armi. Questa politica ha reso il cessate il fuoco un fragile intermezzo tra due crisi, piuttosto che un passo verso la stabilizzazione.

Il piano americano prevede la creazione di una Forza internazionale di stabilizzazione (ISF), incaricata di addestrare un corpo di polizia palestinese che dovrà sostituire gradualmente l’esercito israeliano nei compiti di sicurezza. Ma la prospettiva incontra diffidenza: molti Paesi arabi non vogliono essere coinvolti in un’operazione che potrebbe farli apparire complici di Israele. Solo con un mandato ONU, oggi in discussione al Consiglio di Sicurezza, Washington spera di rendere accettabile la missione.

Il disarmo di Hamas, punto centrale dell’accordo, resta irrealizzato. Il movimento islamista ha annunciato che consegnerà le armi solo a un’autorità palestinese legittima, non a Israele o a forze internazionali. In questa impasse si nasconde il rischio del vuoto di potere: nelle aree abbandonate dalle forze israeliane stanno riemergendo gruppi armati che si contendono il controllo del territorio, minacciando di far naufragare ogni progetto di pacificazione.

Il risultato politico è chiaro: Israele perde l’esclusiva sul proprio confine meridionale e accetta, di fatto, la supervisione americana sul dossier di Gaza. È la fine di un’epoca, quella del controllo assoluto, e l’inizio di una fase in cui la potenza militare israeliana deve confrontarsi con la diplomazia delle grandi potenze.

Parallelamente al dossier politico, un’inchiesta del Guardian e delle organizzazioni israeliane per i diritti umani ha rivelato l’esistenza di una prigione segreta riaperta dopo il 7 ottobre 2023: Rakefet, “il fiore di ciclamino”, una struttura sotterranea dove decine di palestinesi sono detenuti in condizioni disumane. Torture, isolamento totale, privazione della luce solare e delle cure di base: testimonianze dirette descrivono un sistema di detenzione che viola apertamente il diritto internazionale.

Il carcere, costruito negli anni Ottanta e chiuso per la sua brutalità, è stato riaperto per ordine del ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir, leader dell’estrema destra religiosa. Dovevano essere rinchiusi i membri d’élite di Hamas, ma la maggior parte dei prigionieri è composta da civili senza accuse formali. Secondo fonti israeliane interne, solo un quarto dei detenuti è effettivamente riconosciuto come combattente. Il resto sono anziani, disabili, persino bambini.

Le celle sotterranee, senza finestre, ospitano quattro persone in pochi metri quadrati. Mancano acqua potabile e aria. Le testimonianze raccontano di pestaggi, cani aizzati contro i prigionieri e continui maltrattamenti. Lo stesso ex direttore del carcere, Rafael Suissa, ha definito il sistema “troppo crudele per essere umano”.

Il riemergere di strutture carcerarie segrete e la subordinazione militare a Washington descrivono un Israele spaccato e in crisi d’identità. Da un lato, la sicurezza è divenuta un’ossessione che giustifica ogni abuso; dall’altro, l’alleato americano ne ridisegna i margini di sovranità. La politica di Netanyahu appare allo sbando, stretta tra le pressioni dell’estrema destra interna e il controllo statunitense sulle operazioni.

La “democrazia armata” israeliana mostra oggi il suo volto più cupo: la perdita del primato decisionale e la rinascita di metodi che ricordano gli anni bui dell’occupazione. Gaza è il simbolo di un doppio fallimento, militare e morale, che rischia di segnare la fine della stagione in cui Israele poteva decidere da solo il proprio destino.

Con la gestione degli aiuti nelle mani di Washington e i prigionieri palestinesi sepolti vivi nel sottosuolo, il Paese più potente del Medio Oriente sembra incapace di governare la sua stessa vittoria. Il controllo assoluto si trasforma in dipendenza politica, e la sicurezza in un miraggio che divora chi la persegue.