di Shorsh Surme –
Mentre la brutale guerra israeliana nella Striscia di Gaza continua, i tentativi di raggiungere un accordo di cessate-il-fuoco temporaneo sono tornati di attualità. Si tratta del terzo accordo di questo tipo dallo scoppio del grave conflitto il 7 ottobre 2023.
I negoziati indiretti in corso a Doha, sotto il patrocinio regionale e internazionale, si concentrano su quattro questioni principali, tre delle quali sono state concordate, secondo le dichiarazioni dell’inviato del presidente Trump, Steve Witkoff. Nel frattempo il principale punto di attrito rimane la questione di chi governerà Gaza. Israele si ritirerà completamente o manterrà una presenza militare limitata?
La domanda stessa riflette la pericolosa trasformazione del panorama palestinese: Gaza non è più solo un’arena di confronto; è diventata un punto focale del conflitto su chi detiene il potere decisionale nazionale palestinese e a chi verrà concesso il “diritto” di rappresentare i palestinesi e determinarne il destino dopo una delle guerre più distruttive nella storia della regione.
È sorprendente che entrambe le parti, Israele e Hamas, nonostante la loro ostilità, concordino praticamente (seppur indirettamente) nell’escludere l’Autorità Nazionale Palestinese da qualsiasi forma di governo o futuro accordo nella Striscia. Israele rifiuta l’ANP perché rappresenta l’entità palestinese riconosciuta a livello internazionale e arabo, e perché ricorda al mondo che esiste un popolo con un’unica e legittima leadership che rivendica diritti nazionali, tra cui in primo luogo la creazione di uno Stato palestinese indipendente sui confini del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale, e il ritorno dei rifugiati palestinesi in conformità con il diritto internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite, in particolare la Risoluzione 194 del 1948.
Hamas, d’altra parte, comprende che il ritorno dell’ANP significherebbe la fine dell’egemonia e dell’isolamento che ha imposto alla Striscia di Gaza dall’estate del 2007. Pertanto preferisce continuare a governare in nome della “resistenza” o accettare formule civili neutrali e transitorie che non rappresentino una minaccia per la sua posizione politica e di sicurezza.
Gaza è la fonte della rivoluzione, non una merce di scambio. Gaza non è mai stata un peso per la causa palestinese; è stata e rimane l’arena più sacrificale e ardente. È quella che ha prodotto i leader della rivoluzione palestinese contemporanea, ha abbracciato grandi movimenti come Fatah e Hamas e ha combattuto le guerre più sanguinose contro l’occupazione. È quella che ha costretto l’esercito israeliano a ritirarsi e smantellare gli insediamenti nel 2005.
Nonostante tutto ciò, oggi è destinata a svolgere una funzione diversa: essere un’entità fragile, privata della sua sovranità, amministrata nell’ambito di aiuti temporanei e accordi umanitari, al di fuori del quadro di statualità e legittimità, e privata di contiguità politica e geografica con la Cisgiordania e Gerusalemme.
I negoziati attualmente in corso mirano non solo a porre fine alla guerra, ma anche a ridefinire politicamente Gaza e a isolarla come prima fase di un pericoloso processo volto a smantellare il progetto nazionale palestinese dall’interno e a trasformare il popolo palestinese in “componenti umane gestibili”, non come un movimento di liberazione con un progetto, sovranità e un legittimo diritto a resistere all’occupazione.












