di Giuseppe Gagliano

I leader arabi si sono incontrati a Riad per elaborare un piano di ricostruzione per Gaza, evento rappresenta un passaggio chiave nelle dinamiche geopolitiche del Medio Oriente. Questo incontro non è soltanto un tentativo di gestire le conseguenze della devastazione subita dalla Striscia, ma anche una risposta diretta alla proposta statunitense di trasferire i palestinesi in Egitto e Giordania, prospettiva considerata inaccettabile dai governi arabi e dalle stesse popolazioni coinvolte.

L’iniziativa egiziana, sostenuta dall’Arabia Saudita e dai principali attori arabi, prevede un processo strutturato in tre fasi: un intervento immediato per rimuovere le macerie e fornire assistenza umanitaria, una seconda fase dedicata alla pianificazione strategica della ricostruzione con il coinvolgimento di attori internazionali, e infine una fase conclusiva per la realizzazione di infrastrutture e l’istituzione di un’amministrazione tecnocratica indipendente da Hamas. Il piano appare ambizioso, ma le difficoltà sono evidenti: il nodo principale riguarda il finanziamento, con la Banca Mondiale che stima un costo superiore ai 53 miliardi di dollari.

La questione chiave è dunque chi finanzierà la ricostruzione. Gli Stati del Golfo, da sempre protagonisti del sostegno economico alla causa palestinese, appaiono divisi. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti vorrebbero condizionare gli aiuti a una riduzione dell’influenza di Hamas, mentre il Qatar, principale sponsor del movimento islamista, potrebbe non vedere di buon occhio un piano che ne riduca il ruolo politico e amministrativo. In questo contesto, il fragile equilibrio tra questi attori rischia di rallentare l’attuazione delle misure necessarie per la popolazione civile di Gaza.

La riunione di Riad si inserisce in un contesto di forti tensioni tra i Paesi arabi e gli Stati Uniti. La strategia americana ha oscillato tra il sostegno incondizionato a Israele e il tentativo di trovare soluzioni che non alienino i partner arabi più vicini. L’amministrazione statunitense ha sottovalutato il livello di resistenza dei governi della regione all’idea di uno spostamento forzato dei palestinesi fuori da Gaza, un’ipotesi che rischierebbe di destabilizzare l’intera area.

Dal canto loro, l’Egitto e la Giordania sono in una posizione delicata. Entrambi i Paesi dipendono dagli aiuti statunitensi e dalle relazioni con l’Occidente, ma rifiutare apertamente la proposta americana potrebbe compromettere il loro status nella regione. Il re Abdullah II di Giordania ha già avvertito che un’eventuale espulsione dei palestinesi potrebbe portare a un’ondata di radicalizzazione che minerebbe la stabilità dell’intero Medio Oriente.

Un altro elemento chiave è la posizione di Israele, che osserva con attenzione l’evoluzione di queste trattative. Il governo Netanyahu non ha ancora espresso una posizione chiara, ma è evidente che qualsiasi piano di ricostruzione che preveda il ritorno a una gestione palestinese indipendente sarà accolto con diffidenza. Tel Aviv teme che, senza un controllo diretto, Gaza possa tornare a essere una base operativa per attacchi contro Israele.

Il vertice della Lega Araba previsto per il 4 marzo al Cairo sarà cruciale per definire i dettagli della proposta e capire quale potrà essere il ruolo della comunità internazionale. L’Unione Europea, così come la Cina, potrebbero giocare un ruolo determinante nel finanziamento della ricostruzione, ma rimane l’incognita della gestione politica post-bellica.

La creazione di una forza di sicurezza palestinese indipendente da Hamas è uno dei punti più delicati del piano. Se da un lato garantirebbe una maggiore stabilità alla Striscia, dall’altro rischia di scatenare una reazione violenta da parte dei gruppi armati affiliati all’organizzazione islamista. Inoltre, il coinvolgimento di forze internazionali per il mantenimento dell’ordine, seppur ipotizzato in alcune discussioni preliminari, resta un’opzione poco praticabile per via delle reticenze di Israele e dell’opposizione di gruppi locali.

Il piano elaborato a Riad rappresenta un tentativo concreto di dare una direzione alla ricostruzione di Gaza senza cedere alle pressioni esterne, ma la sua attuazione sarà tutt’altro che semplice. La questione del finanziamento, la gestione della sicurezza e le implicazioni geopolitiche rendono il processo estremamente complesso.

L’obiettivo finale, tuttavia, è chiaro: impedire che Gaza diventi terreno di nuove ingerenze esterne e offrire una prospettiva di stabilità ai suoi abitanti. Per farlo, sarà necessario un coordinamento senza precedenti tra i Paesi arabi, il sostegno delle potenze internazionali e un’accorta gestione delle relazioni con Israele. La prossima mossa sarà capire se questa unità di intenti potrà tradursi in azioni concrete o se rimarrà soltanto una dichiarazione di intenti destinata a scontrarsi con la realtà dei fatti.