di Giuseppe Gagliano –
L’estensione del controllo militare israeliano fino al 70% della Striscia di Gaza segna una nuova fase del conflitto e alimenta interrogativi sul futuro dell’enclave palestinese. Le indicazioni attribuite al governo di Benjamin Netanyahu suggeriscono infatti una strategia di avanzamento progressivo che va oltre le tradizionali operazioni di sicurezza contro Hamas e punta a consolidare una presenza territoriale sempre più ampia.
Secondo le valutazioni circolate nelle ultime settimane, Israele controllerebbe già circa il 60% della Striscia. L’obiettivo dichiarato di estendere ulteriormente tale presenza viene interpretato da molti osservatori come il segnale di una trasformazione della guerra in un progetto di gestione e controllo del territorio destinato a protrarsi nel tempo.
L’espansione delle aree sotto controllo israeliano riduce ulteriormente lo spazio disponibile per la popolazione civile palestinese, già colpita da mesi di bombardamenti, sfollamenti e distruzione delle infrastrutture. Le conseguenze riguardano non solo il territorio, ma anche l’accesso all’acqua, ai servizi sanitari, agli aiuti umanitari e alle principali vie di comunicazione interne.
Le Nazioni Unite continuano a denunciare una situazione umanitaria estremamente critica. Migliaia di famiglie vivono in rifugi temporanei o strutture danneggiate, mentre persistono problemi legati all’approvvigionamento idrico, alla gestione dei rifiuti e alla diffusione di malattie. In questo contesto, la tregua appare sempre più fragile e incapace di modificare concretamente le condizioni sul terreno.
Dal punto di vista militare, il controllo di una quota crescente della Striscia consente a Israele di limitare i movimenti di Hamas, sorvegliare i corridoi logistici e rafforzare le proprie capacità operative. Tuttavia, una presenza prolungata comporta anche costi elevati e il rischio di alimentare nuove forme di resistenza armata in un territorio devastato dalla guerra.
Anche sul piano economico le conseguenze sono significative. Per Israele il conflitto implica un aumento delle spese militari e di sicurezza, mentre Gaza continua a vedere distrutte le proprie infrastrutture produttive e i servizi essenziali. La prospettiva della ricostruzione resta incerta e dipenderà in larga misura dagli equilibri politici e diplomatici che emergeranno al termine delle ostilità.
La crisi di Gaza si inserisce inoltre in un quadro regionale già segnato da forti tensioni. I negoziati tra Stati Uniti e Iran, la situazione nel Libano meridionale, le dinamiche del Mar Rosso e la sicurezza delle rotte energetiche rendono il conflitto palestinese parte di un equilibrio mediorientale più ampio e sempre più instabile.
Sul fronte interno israeliano, la linea del governo risponde anche alle pressioni delle forze politiche più nazionaliste, che chiedono una posizione dura nei confronti di Hamas e si oppongono a concessioni territoriali o politiche. Questo rende particolarmente difficile qualsiasi ipotesi di compromesso nel breve periodo.
Resta infine aperta la questione del futuro politico della Striscia. La sola eliminazione delle strutture militari di Hamas non garantisce automaticamente la stabilità. Senza una prospettiva politica condivisa e senza un progetto credibile per il governo e la ricostruzione del territorio, il rischio è che Gaza entri in una fase di controllo militare prolungato, priva di una pace reale e incapace di offrire prospettive alla popolazione civile.




