di Giuseppe Gagliano –
Il primo ministro palestinese, Mohammad Mustafa, ha denunciato con parole dure Israele per essersi “impadronito” del lato palestinese del valico di Rafah, trasformandolo in un “strumento d’assedio”. I carri armati israeliani avrebbero chiuso l’unico passaggio che collega Gaza con l’Egitto, una mossa che, secondo Mustafa, condanna la popolazione all’isolamento e aggrava una crisi umanitaria già estrema. Per il premier palestinese, la questione non è solo logistica, ma politica: l’Autorità Nazionale Palestinese deve essere riconosciuta come unico soggetto legittimato a governare Gaza.
Visitando il confine, Mustafa ha annunciato la creazione di un comitato temporaneo per l’amministrazione dell’enclave, chiarendo che la governance di Gaza non rappresenta un trofeo da conquistare, ma un dovere per contrastare gli sfollamenti e preservare l’identità palestinese. Le sue parole hanno avuto un duplice significato: da un lato riaffermare l’unità della Palestina, dall’altro lanciare un messaggio alle fazioni interne, Hamas in primis, e agli attori regionali che mirano a controllare l’enclave.
Il ringraziamento rivolto da Mustafa ad Arabia Saudita e Francia per gli sforzi di rilanciare la soluzione dei due Stati segnala un importante asse diplomatico. Riyadh e Parigi si muovono insieme per convocare una conferenza internazionale sulla ricostruzione al Cairo, consapevoli che la stabilità di Gaza è condizione essenziale per evitare un’ulteriore destabilizzazione del Medio Oriente. Parallelamente, l’Egitto continua a giocare il ruolo di mediatore indispensabile: il ministro degli Esteri Badr Abdelatty ha ribadito il rifiuto categorico di accettare sfollamenti di massa da Gaza, bollando come “illusione” il progetto del “Grande Israele”.
Un elemento dirompente viene dalla giustizia internazionale. Secondo fonti raccolte da Middle East Eye, due richieste di mandato di arresto sarebbero già state depositate presso la Corte penale internazionale contro Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, e Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze. L’accusa è tra le più gravi: apartheid. Sarebbe la prima volta che tale crimine verrebbe formalmente contestato in sede internazionale a membri di un governo israeliano. Una mossa che, se confermata, aprirebbe un fronte giudiziario senza precedenti e metterebbe sotto pressione le cancellerie occidentali che sostengono Israele.
Il blocco del valico di Rafah non ha solo effetti simbolici. Per Gaza significa la paralisi degli aiuti umanitari e la condanna a un’economia di sopravvivenza. Senza corridoi aperti, l’enclave non può ricevere carburante, medicinali e beni di prima necessità. L’isolamento diventa così una forma di pressione politica: Israele la presenta come misura di sicurezza, ma per i palestinesi e per la comunità internazionale è un vero e proprio strumento di strangolamento economico.
Rafah è più di un confine: è un crocevia geopolitico. Controllarlo significa decidere se Gaza resterà un ghetto sotto assedio o se potrà reinserirsi nei circuiti economici regionali. Israele, mantenendo il controllo del passaggio, rafforza la sua leva negoziale. L’Autorità Palestinese, rivendicandone la gestione, cerca invece di riaffermare un ruolo politico che la guerra e le divisioni interne avevano offuscato. L’Egitto, dal canto suo, teme che la chiusura definitiva del valico trasformi il Sinai in una valvola di sfogo incontrollabile.
La vicenda del valico di Rafah mostra come la questione palestinese resti centrale, intrecciando dimensioni umanitarie, giuridiche, economiche e militari. Israele intende trasformare il controllo territoriale in potere negoziale. L’Autorità Palestinese cerca di riaffermarsi come interlocutore legittimo. L’Egitto difende la propria stabilità e la propria sovranità. L’Arabia Saudita e la Francia provano a rimettere sul tavolo la soluzione dei due Stati. Intanto, la popolazione di Gaza paga il prezzo più alto, prigioniera di una geopolitica che sembra non lasciarle scampo.




