Gaza. Israele sospende i negoziati: ostaggi al centro della crisi del piano di pace

La restituzione dei corpi diventa la condizione politica decisiva per la Fase Due dell’accordo promosso da Trump.

di Giuseppe Gagliano

Il governo di Israele ha congelato l’avvio della seconda fase del piano di pace per Gaza annunciato dal presidente Donald Trump, condizionando ogni negoziato alla restituzione completa dei resti degli ostaggi ancora trattenuti da Hamas. Secondo fonti israeliane, la scadenza fissata al 13 ottobre è stata violata, con la consegna solo parziale di alcuni corpi. Mentre a Il Cairo si discute con mediatori egiziani per localizzare i 21 ostaggi uccisi e dispersi, il governo israeliano ha scelto di trasformare questa questione in una condizione politica inderogabile.
La decisione israeliana non è solo umanitaria ma strategica. Gli ostaggi sono da sempre uno strumento centrale nel conflitto israelo-palestinese: la loro sorte influenza la politica interna, la posizione del governo e la capacità negoziale verso Hamas. Per Tel Aviv, aprire la Fase Due senza il recupero dei resti significherebbe concedere un vantaggio politico a Hamas, che ha dimostrato di poter controllare i tempi del processo.
Per rispondere alla mancata restituzione, Israele ha ridotto il flusso di aiuti autorizzati a Gaza. Il valico di Rafah è rimasto chiuso, mentre parte dei convogli passa solo attraverso Kerem Shalom dopo controlli di sicurezza israeliani. La promessa iniziale di far entrare 600 camion al giorno, contenuta nel piano di pace, è rimasta in larga parte lettera morta. L’aiuto umanitario si è così trasformato in uno strumento di pressione politica diretta su Hamas e indiretta sui mediatori regionali.
La prima fase del piano di Trump prevedeva lo scambio ostaggi-prigionieri e l’apertura di canali umanitari. La seconda fase, mai realmente partita, dovrebbe puntare alla smilitarizzazione di Gaza e alla creazione di un’amministrazione provvisoria sotto supervisione statunitense, con un ruolo di coordinamento del presidente Trump in persona. Ma la struttura dell’accordo resta incompleta e il vuoto di potere ha permesso a Hamas di riprendere il controllo di ampie aree, colpendo oppositori interni e consolidando la propria rete armata.
Mentre la diplomazia ristagna, Hamas ha utilizzato la fase di stallo per rafforzare la sua presa. Video diffusi in rete mostrano esecuzioni pubbliche di presunti collaboratori palestinesi, un segnale di forza ma anche di crescente tensione interna. Queste azioni complicano ulteriormente l’avvio di un’amministrazione di transizione: qualsiasi governance alternativa dovrà fare i conti con un movimento armato che non intende cedere il controllo senza una pressione militare o diplomatica significativa.
Trump ha accusato Hamas di aver violato l’accordo e promesso “un’azione rapida e forse violenta” in caso di mancato disarmo. Ma, allo stesso tempo, ha mostrato un approccio ambiguo, definendo la repressione interna del gruppo come “non disturbante”. Un segnale che lascia intendere una strategia focalizzata sulla stabilità immediata e sul disarmo militare piuttosto che su trasformazioni politiche profonde.
La questione degli ostaggi rischia di far implodere l’intero piano di pace. I mediatori egiziani tentano di mantenere aperto un canale con Hamas, ma la pressione interna israeliana, in particolare dalle famiglie delle vittime, rende politicamente difficile qualsiasi concessione. Allo stesso tempo, la devastazione di Gaza e l’assenza di un’amministrazione stabile creano le condizioni per un conflitto prolungato.
La sospensione dei negoziati mostra come la dimensione umanitaria e quella geopolitica siano oggi indissolubilmente intrecciate. Per Israele, la restituzione dei corpi è una questione di principio e deterrenza. Per Hamas, è una leva negoziale preziosa. Per Trump, è un banco di prova della sua capacità di imporsi come arbitro in una regione frammentata. Ma senza un’intesa chiara e condivisa, la Fase Due rischia di rimanere una promessa incompiuta, schiacciata tra pressioni interne, calcoli strategici e una realtà sul terreno sempre più fuori controllo.