di Giuseppe Gagliano

Nella guerra infinita di Gaza, sotto la superficie c’è un’altra guerra che molti preferiscono ignorare: quella dei tunnel. Una rete sotterranea che Hamas ha usato per anni come infrastruttura militare, rifugio, deposito di armi e via di fuga. Ora, però, quella stessa rete è diventata una trappola. Per la prima volta, il movimento ha ammesso pubblicamente che decine di suoi combattenti sono intrappolati nei tunnel, circondati dalle Forze di difesa israeliane. E ha chiesto ai mediatori di fare pressione su Israele perché permetta loro una via d’uscita sicura.

Secondo fonti israeliane, tra 100 e 200 miliziani sono bloccati sotto Rafah, un’area oggi controllata dalle truppe israeliane che, pur ritirate dalle zone costiere come previsto dal cessate il fuoco del 10 ottobre, mantengono il controllo della cosiddetta Linea gialla. Israele sostiene di aver ucciso più di venti combattenti negli ultimi giorni mentre tentavano di emergere dai tunnel e di averne catturati otto.

Per Hamas, quei combattenti devono essere considerati parte degli accordi della tregua. Per Israele, invece, dare loro un passaggio sicuro equivarrebbe a vanificare l’obiettivo strategico dichiarato fin dall’inizio: la neutralizzazione definitiva della capacità militare del movimento. Netanyahu lo ha ripetuto: nessun corridoio sicuro per “duecento terroristi”.

Il cessate-il-fuoco mediato dagli Stati Uniti regge solo sulla carta. Secondo Amnesty International, Israele avrebbe violato la tregua oltre cinquecento volte in sette settimane, provocando centinaia di morti e quasi novecento feriti. Le IDF continuano a colpire aree nel Sud e nel Centro della Striscia, anche oltre la Linea gialla. L’organizzazione per i diritti umani parla apertamente di “genocidio in corso” e accusa lo Stato ebraico di limitare deliberatamente l’accesso agli aiuti.

Israele respinge tutte le accuse e sostiene che Hamas continua a usare la tregua per riorganizzarsi e spostare combattenti, violando l’accordo. Nel frattempo, la popolazione civile resta intrappolata tra gli attacchi e il collasso dei servizi essenziali.

La prima fase della tregua è quasi conclusa. Hamas sostiene di aver consegnato tutti gli ostaggi vivi e i resti di ventisei persone su ventotto. Israele ha liberato quasi duemila prigionieri palestinesi e restituito centinaia di corpi, molti dei quali mostrano segni di tortura. Anche qui, però, lo scambio non basta a risolvere le tensioni: ogni consegna diventa terreno di propaganda, ogni ritardo un rischio di crollo dell’intero meccanismo.

I mediatori internazionali stanno tentando di costruire la seconda fase della tregua: una forza internazionale armata, incaricata di demilitarizzare la Striscia, e un organismo temporaneo che governi Gaza e ne coordini la ricostruzione. Un piano ambizioso, che però apre più domande che risposte. Chi guiderà la forza? Chi garantirà la sicurezza sul terreno? Quale sarà il ruolo di Israele? Che ne sarà della governance palestinese già frammentata?

E soprattutto: le parti sono davvero pronte a cedere potere e accettare un’autorità terza?

L’immagine dei combattenti intrappolati nei tunnel è il simbolo di questa guerra: un conflitto che si muove tra superficie e sottosuolo, tra tregue fragili e accuse reciproche, tra pressioni internazionali e realtà militari che nessuno vuole affrontare fino in fondo. Finché non si troverà una soluzione credibile che unisca sicurezza, governance e ricostruzione, Gaza resterà sospesa in un limbo: né in guerra né in pace, prigioniera delle sue stesse profondità.