di Giuseppe Gagliano

Una parola fino a ieri pronunciata con cautela, oggi compare nera su bianco nei documenti delle Nazioni Unite: “sterminio”. È questo il termine usato dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’ONU sui territori palestinesi occupati per qualificare quanto Israele sta compiendo a Gaza da oltre venti mesi. Non più, o non solo, violazioni del diritto umanitario. Non solo attacchi sproporzionati. Ma un’accusa precisa: una campagna sistematica di annientamento della popolazione civile.

Secondo il rapporto, pubblicato mentre nuovi attacchi israeliani colpivano l’enclave costiera, le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente preso di mira scuole, moschee, siti culturali e civili rifugiati all’interno delle strutture dell’ONU. I crimini denunciati vanno dal sequestro militare degli edifici scolastici alla loro distruzione intenzionale, e dall’utilizzo delle infrastrutture per fini bellici all’uso letale della forza contro popolazioni non armate in cerca di cibo e riparo. Secondo il diritto internazionale, si tratta non solo di crimini di guerra, ma in alcuni casi di crimini contro l’umanità.

Particolarmente grave è l’affermazione che le uccisioni di civili rifugiati nelle scuole costituiscano un atto di sterminio, secondo la definizione contenuta nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale. E non è un caso se la Commissione guidata da Navi Pillay si spinge fino a evocare il concetto di intento genocida: la distruzione sistematica di un gruppo protetto – in questo caso, i palestinesi – attraverso la demolizione della loro cultura, delle loro strutture educative, delle loro forme di vita quotidiana.

La denuncia arriva in un momento in cui la crisi umanitaria nell’enclave è ormai fuori controllo. Il sistema di distribuzione degli aiuti è al collasso dopo l’interruzione forzata delle operazioni coordinate dalle Nazioni Unite, e la Gaza Humanitarian Foundation, che tenta di colmare il vuoto con il sostegno israeliano, si trova nel mirino di incursioni militari che trasformano i centri di soccorso in campi di morte. Il 10 giugno l’ennesimo episodio: 17 morti e oltre 120 feriti per un attacco contro civili in attesa di cibo presso il corridoio di Netzarim.

Ma non è solo Gaza ad essere sotto osservazione. La reazione della diplomazia internazionale comincia a frammentarsi. Mentre Israele rivendica il proprio diritto alla difesa, anche le cancellerie storicamente alleate, come quella francese, avviano manovre differenziate, cercando contatti con l’Autorità Nazionale Palestinese e aprendo, almeno simbolicamente, alla possibilità di un riconoscimento statuale della Palestina.

La lettera inviata da Mahmoud Abbas a Emmanuel Macron con la condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e l’impegno per nuove riforme, è in questo senso più di un gesto di buona volontà: è un appiglio politico per rilanciare una soluzione diplomatica in un contesto dominato dalla logica dell’annientamento.

Il dibattito non è più tra neutralità e schieramento, ma tra chi sceglie il diritto e chi si rifugia nell’ambiguità strategica. E la domanda, che risuona anche tra le righe del rapporto dell’ONU, non è più se Israele abbia commesso abusi, ma se la comunità internazionale sia pronta ad accettare l’impunità come nuova normalità geopolitica.