di Giuseppe Gagliano –
Trump e il Medio Oriente ce lo avevano già mostrato: quando un alleato diventa il braccio armato della tua strategia regionale, tende a spingersi più in là di quanto tu stesso avresti dichiarato. A Gaza questo principio ha preso la forma più brutale con la cosiddetta dottrina Dahiya, cioè l’idea che per piegare un movimento armato radicato in un’area urbana non basta colpire i suoi miliziani, bisogna colpire l’ambiente che lo sostiene. Non solo i tunnel ma i quartieri, non solo i depositi ma le scuole, non solo i vertici ma i civili. È un rovesciamento del diritto di guerra: non si distingue più tra obiettivi militari e popolazione, si parte dal presupposto che laddove esiste una presenza ostile tutto ciò che la circonda smette di essere civile.
Questa dottrina nasce nel 2006 contro il Libano ma a Gaza ha trovato il suo laboratorio definitivo. Lo schema è sempre lo stesso: ordine di evacuazione, bombardamento massiccio, demolizione sistematica. Il territorio viene scomposto in blocchi numerati, le famiglie vengono spinte da un quartiere all’altro finché le zone da svuotare non diventano zone da distruggere. Le carte a disposizione delle unità di terra indicano quanto abbattere: se una zona è classificata come fiancheggiatrice di gruppi ostili, si rade al suolo fino all’80%. Il risultato è una città trasformata in una griglia da cancellare e non più in un luogo da liberare.
La novità rispetto alle guerre del passato è l’attacco deliberato alle strutture di sopravvivenza: reti idriche, centrali elettriche, ospedali, scuole, magazzini. Non perché rappresentino un pericolo immediato, ma perché senza acqua, senza energia e senza cure la popolazione diventa controllabile. È qui che la dottrina militare si salda con quella amministrativa: bloccare gli ospedali significa impedire di documentare i morti, colpire i giornalisti significa impedire di raccontarli. In due anni sono stati uccisi operatori sanitari, reporter, volontari. Quando un esercito agisce così non colpisce solo un territorio, colpisce la capacità stessa della comunità internazionale di vedere.
A questa fase si è aggiunto un ulteriore livello: il controllo degli aiuti. Israele ha centralizzato ingressi, registrazioni delle organizzazioni, canali di fornitura. Ha imposto che tutto passasse per i propri porti e i propri valichi, ha potuto scegliere chi fa assistenza e chi no, ha costretto le ong a fornire dati sul personale. Poi ha creato strutture di distribuzione recintate e protette, spesso lontane dai centri abitati, obbligando la popolazione a muoversi secondo le direttive militari. Il cibo, che dovrebbe seguire i bisogni, viene usato per guidare gli spostamenti. È un metodo di controllo delle masse più che un sistema di aiuto. Chi non si muove resta senza viveri, chi si muove entra in un’area sotto tiro. È così che Medici senza frontiere ha registrato in poche settimane decine di morti e centinaia di feriti solo intorno ai centri di distribuzione.
Tutto questo contrasta in modo palese con i principi di distinzione, proporzionalità e protezione dei civili. Punire un’intera popolazione per l’azione di un gruppo armato è una forma di punizione collettiva vietata. Ma la risposta internazionale è stata debole, spesso condizionata da rapporti di alleanza e forniture di armi. La vera novità è la normalizzazione dell’impunità: anche davanti a dati, testimonianze, rapporti di ong e Nazioni Unite, non arrivano sanzioni. È un precedente pericoloso perché offre ad altri attori, in altri teatri, un modello operativo già collaudato.
Per l’Europa questa deriva è un problema strategico, non solo morale. Un Medio Oriente governato dalla logica dello sterminio preventivo è un Medio Oriente instabile, incapace di garantire corridoi energetici, controllo dei flussi, collaborazione antiterrorismo. Per l’Italia lo è ancora di più, perché la nostra sicurezza nel Mediterraneo dipende dalla tenuta dei paesi dell’arco sud e dal fatto che le organizzazioni umanitarie possano lavorare. Se anche gli aiuti diventano un’arma, salta il principale strumento di influenza pacifica che Roma può usare.
L’Italia dovrebbe usare tutti gli strumenti diplomatici, giuridici e umanitari a sua disposizione per riaffermare un principio semplice: la sicurezza di uno Stato non può fondarsi sulla distruzione sistematica di un popolo vicino. Perché quando diventa accettabile radere al suolo interi quartieri, trasformare il pane in permesso di sopravvivenza e zittire chi cura i feriti, non è solo Gaza a essere colpita. È l’idea stessa di ordine internazionale che l’Europa dice di voler difendere.




