di Giuseppe Gagliano –
Quando la diplomazia fallisce, resta solo la contabilità della morte. A Gaza, nel silenzio di chi dovrebbe gridare, si consuma un’agonia collettiva che non ha più nulla a che vedere con la guerra. Le Nazioni Unite lo dicono apertamente: le scorte alimentari sono sufficienti per appena due settimane. Mezzo milione di persone riceveranno razioni ridotte, il più rapidamente possibile, perché il tempo sta per scadere. Il World Food Programme, come tante altre agenzie umanitarie, non riesce più a fare il suo lavoro. I valichi sono chiusi, i magazzini vuoti, i camion bloccati, gli operatori umanitari uccisi.
Questa non è più solo una crisi. È un progetto. Un progetto che trasforma la fame in uno strumento di pressione politica. Non importa se a morire saranno bambini, anziani, famiglie intere. Non importa se le razioni non bastano, se la gente cucina con il fuoco tra le macerie, se le cucine comunitarie vengono bombardate. Gaza è diventata una gabbia. Non per colpa della geografia, ma per volontà politica. Ogni giorno che passa senza aiuti è una scelta. Ogni ostacolo messo ai convogli è un segnale.
Israele giustifica il blocco come pressione su Hamas per ottenere il rilascio degli ostaggi. Ma la sproporzione è evidente: si sta strangolando un’intera popolazione civile per logorare un nemico politico. È una strategia che ignora il diritto internazionale, calpesta le convenzioni di Ginevra e trasforma il campo di battaglia in un laboratorio di punizione collettiva. Nessun esercito moderno dovrebbe poter operare con questa impunità. Nessuna democrazia occidentale dovrebbe poter sostenere, giustificare o tollerare un assedio che produce morte, fame e disperazione.
A peggiorare il quadro, c’è l’attacco continuo agli operatori umanitari. I dati delle Nazioni Unite parlano chiaro: 400 uccisi da ottobre, di cui 289 solo dell’ONU. Medici, infermieri, insegnanti, autisti di ambulanze. Persone disarmate, identificate, registrate. Colpite mentre svolgevano un lavoro che dovrebbe essere sacro. È l’ennesimo segnale che a Gaza non c’è più alcuna distinzione tra obiettivi militari e civili. Tutto diventa bersaglio. Tutto viene sacrificato sull’altare di una logica bellica cieca, dove l’annientamento dell’altro sembra l’unico obiettivo rimasto.
Intanto i numeri parlano. Oltre 140mila nuovi sfollati in una sola settimana. Dieci cucine comunitarie chiuse. Scorte di gas da cucina praticamente finite. Pacchi alimentari che bastano una settimana per una famiglia intera. E ancora: bambini malnutriti, epidemie in arrivo, ospedali senza elettricità, senza acqua, senza medicine. È il collasso totale di ogni principio umanitario. Ed è tanto più inaccettabile quanto più avviene sotto gli occhi del mondo, con le cancellerie che tacciono o balbettano.
Sul fronte diplomatico nulla si muove. Le trattative tra Hamas e Israele sono bloccate. Gli Stati Uniti, teorici e garanti del diritto internazionale, continuano a sostenere l’azione militare israeliana. L’Unione Europea è paralizzata da divisioni interne e da un senso di colpa mai superato. L’Egitto e il Qatar provano a mediare, ma senza forza sufficiente. Tutti parlano di pace, ma nessuno vuole davvero pagarne il prezzo politico.
E mentre la fame avanza resta una sola certezza: la crisi di Gaza non è solo una catastrofe umanitaria. È un disastro morale, uno spartiacque per la coscienza collettiva. In questa enclave assediata non si sta solo giocando la vita di un milione e mezzo di persone. Si sta misurando la capacità del mondo di difendere l’umanità, anche quando la politica vorrebbe ridurla a un dettaglio collaterale. Se Gaza muore di fame, a morire è anche l’idea stessa di giustizia. E con essa, il nostro futuro comune.




