Gaza. La Global Sumud Flotilla sfida l’ambiguità dei governi

di Marcello Beraldi

Quando le parole si esauriscono, a parlare sono le navi. E in questo momento di guerra genocida, di silenzio diplomatico e di assordante complicità occidentale, le navi della Global Sumud Flotilla non trasportano solo aiuti umanitari, ma anche la nostra dignità collettiva.
La missione, che salpa da porti come Genova e Barcellona, è la più grande iniziativa marittima civile coordinata della storia. È una risposta diretta e urgente a una situazione che le Nazioni Unite hanno definito di “carenza”. A bordo non ci sono solo “idealisti”, ma attivisti, parlamentari, medici e figure pubbliche di fama mondiale, da Greta Thunberg a Liam Cunningham. Il loro obiettivo dichiarato è duplice: rompere l’illegale blocco navale di Gaza e consegnare cibo, medicine e latte in polvere a una popolazione civile stremata.
Ma la natura della missione è più profonda, racchiusa nel nome stesso: “Sumud” che in arabo significa “perseveranza” o “resilienza”. Lungi dall’essere un gesto puramente caritativo, è un atto di disobbedienza civile non violenta. L’obiettivo principale è “forzare il mondo a guardare”, esponendo le atrocità del conflitto e la “complicità” di quei governi che, pur condannando a parole, con il loro silenzio permettono che il genocidio continui. In questo senso, la missione è pensata per avere successo anche fallendo. L’intercettazione da parte della marina israeliana, un esito che gli organizzatori considerano quasi inevitabile, diventerebbe il momento di massima esposizione mediatica e politica. L’intercettazione della flottiglia, tuttavia, è tutt’altro che una semplice routine militare. Il blocco di Gaza è al centro di una disputa legale internazionale irrisolta. Per gli organizzatori e per numerose organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, il blocco è una “punizione collettiva” contro la popolazione civile, e quindi un crimine di guerra secondo le Convenzioni di Ginevra. Questa tesi è stata recentemente rafforzata dal parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) che ha dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Navigando in acque internazionali, la flottiglia si avvale del diritto del mare che sancisce la libertà di navigazione per le navi civili non violente. Per i suoi sostenitori, ogni intercettazione in alto mare da parte di Israele è quindi un atto di “pirateria internazionale” e una violazione del diritto internazionale.
La posizione di Israele, supportata da alcuni esperti di diritto, è diametralmente opposta. Si basa sul Rapporto Palmer delle Nazioni Unite del 2011, che ha concluso che il blocco navale è una misura di sicurezza legittima. Secondo questa visione, l’intercettazione di navi che tentano di violare un blocco legittimo, anche in acque internazionali, è un’azione lecita. A prescindere dalla natura del carico, il tentativo di violare un blocco bellico rende la nave un obiettivo legittimo di intercettazione.
Questa tensione tra i diversi corpi di diritto, che ha già portato a tragici precedenti come l’incidente della Mavi Marmara nel 2010, è il vero cuore della missione. La Flottiglia sfida
deliberatamente questo vuoto legale, rischiando un confronto per mettere in luce la disparità di potere e la brutalità del blocco. L’obiettivo non è solo portare aiuti, ma costringere i governi a rompere il loro “silenzio assordante” e a prendere una posizione più decisa.

Il silenzio dei governi e la necessità di agire.
Mentre la Global Sumud Flotilla è salpata con un chiaro scopo di resistenza, la risposta dei governi europei è stata a dir poco ambigua. Se da un lato l’Unione Europea ha fornito ingenti aiuti umanitari attraverso ponti aerei e corridoi marittimi, dall’altro non ha ancora adottato una posizione unanime sulla missione della flottiglia. L’Unione Europea e diversi Stati membri come Italia, Francia, Germania e Regno Unito hanno sottoscritto dichiarazioni congiunte che condannano l’espansione delle operazioni militari israeliane e chiedono un cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. Tuttavia, queste dichiarazioni non si sono tradotte in azioni concrete per proteggere i civili in mare.
La situazione in Europa non è monolitica. La Spagna ad esempio, attraverso il supporto del governo di coalizione e dell’amministrazione di Barcellona, ha mostrato un sostegno diretto all’iniziativa. Il primo ministro spagnolo ha definito la risposta dell’Europa alla situazione a Gaza un “fallimento”, sottolineando la necessità di agire con maggiore credibilità sulla scena internazionale. In Belgio il governo ha annunciato il suo imminente riconoscimento dello Stato di Palestina all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e sta valutando l’imposizione di sanzioni contro Israele, compreso il divieto di importazione di prodotti dai territori occupati. Questa posizione, sebbene simbolica, mostra un crescente dissenso nei confronti delle politiche israeliane. Al contrario, la Germania ha mantenuto una posizione più cauta; sebbene abbia chiesto la fine del blocco per consentire l’ingresso degli aiuti, ha descritto l’iniziativa della flottiglia come una mossa prettamente “simbolica”.
Gli attivisti e le organizzazioni come Amnesty International non chiedono semplicemente una condanna, ma un’azione decisiva. Hanno esortato i governi e l’UE a garantire un “passaggio sicuro e senza ostacoli” per le navi, proteggendo gli attivisti. In Italia, esponenti politici hanno chiesto che il governo protegga la missione e diffidi Israele dall’intervenire. Si chiede che l’Europa vada oltre le dichiarazioni diplomatiche e consideri misure più incisive, come la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele, l’imposizione di un embargo sulle armi e l’uso di sanzioni mirate. In questo vuoto di azione governativa, le iniziative civili e di base, come il rifiuto dei portuali di Barcellona di caricare armi dirette a Israele, dimostrano che la solidarietà non può essere bloccata.
In un mondo dove la diplomazia ha fallito e le istituzioni internazionali sono paralizzate, la Global Sumud Flotilla rappresenta un faro di umanità e resistenza dal basso. Il suo vero rischio
non è l’intercettazione, ma il fallimento del mondo nel guardare. E la sua missione non finirà finché il blocco non cadrà e la Palestina non sarà libera.