
di Samuele Lucia –
Dopo mesi di guerra nella Striscia e accuse sempre più frequenti da parte di ONG, governi e organismi internazionali, il termine “apartheid” è tornato al centro del dibattito globale sul conflitto israelo-palestinese. Non si tratta soltanto di una disputa linguistica: la parola influenza il modo in cui il mondo interpreta ciò che accade a Gaza, il ruolo di Israele e la condizione dei palestinesi.
Per alcune organizzazioni per i diritti umani e una parte della comunità accademica, il controllo esercitato da Israele sui palestinesi costituisce una forma moderna di apartheid. Per Israele e i suoi alleati invece si tratta di un’accusa ideologica, storicamente impropria e incapace di tenere conto del contesto di sicurezza e della minaccia rappresentata da Hamas.
Il risultato è una battaglia politica, giuridica e mediatica che oggi divide governi, opinione pubblica e comunità internazionale.
Dal Sudafrica al diritto internazionale.
Il termine apartheid nasce in Sudafrica e identifica il sistema di segregazione razziale imposto dalla minoranza bianca tra il 1948 e gli anni Novanta. Nel tempo, però, la parola ha assunto anche un significato giuridico più ampio.
Secondo la Convenzione ONU del 1973 e lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, l’apartheid consiste in un regime istituzionalizzato di oppressione e dominazione sistematica di un gruppo su un altro.
È su questa definizione che si basano i rapporti pubblicati da Amnesty International, Human Rights Watch e dalla ONG israeliana B’Tselem, che accusano Israele di mantenere un sistema di discriminazione strutturale nei confronti dei palestinesi.
Le accuse riguardano:
– le restrizioni alla libertà di movimento;
– il sistema dei permessi;
– il controllo dei confini;
– la frammentazione territoriale tra Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est;
– la disparità di trattamento tra coloni israeliani e palestinesi in alcune aree occupate.
Gaza: il centro della controversia.
La Striscia di Gaza è un territorio di circa 365 chilometri quadrati dove vivono oltre 2 milioni di persone, una delle densità abitative più alte al mondo. Secondo dati delle Nazioni Unite, gran parte della popolazione dipende dagli aiuti umanitari e, negli ultimi anni, il territorio ha sofferto gravi carenze di acqua potabile, elettricità e infrastrutture sanitarie.
Nel 2005 Israele si ritirò unilateralmente dalla Striscia, evacuando insediamenti e forze militari permanenti. Due anni dopo, Hamas prese il controllo di Gaza dopo il conflitto interno con Fatah. Da allora Israele impose un blocco terrestre, navale e aereo sul territorio, sostenendo che fosse necessario per impedire il traffico di armi e gli attacchi contro i civili israeliani.
Anche l’Egitto mantiene rigidi controlli sul valico di Rafah, unico accesso alla Striscia non confinante con Israele.
Per le organizzazioni che parlano di apartheid, il blocco ha trasformato Gaza in un territorio isolato e sottoposto a un controllo sistematico che limita libertà di movimento, commercio e sviluppo economico. Israele replica invece che le restrizioni rappresentano una misura di autodifesa in un contesto segnato da anni di lanci di razzi, tunnel sotterranei e attacchi armati da parte di Hamas.
La guerra dopo il 7 ottobre.
Il dibattito sull’apartheid si è intensificato ulteriormente dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, quando Hamas uccise circa 1.200 persone in Israele e prese numerosi ostaggi, secondo le autorità israeliane. Israele rispose con una vasta offensiva militare nella Striscia di Gaza.
Da allora il conflitto ha provocato una crisi umanitaria su larga scala. Le autorità sanitarie di Gaza parlano di decine di migliaia di morti palestinesi, mentre le agenzie umanitarie internazionali denunciano distruzione diffusa, sfollamenti di massa e collasso del sistema sanitario.
È in questo contesto che accuse come apartheid, occupazione e punizione collettiva sono tornate al centro del dibattito internazionale.
La posizione israeliana.
Le autorità israeliane respingono totalmente il paragone con il Sudafrica dell’apartheid. Secondo il governo israeliano:
– Gaza non è sotto occupazione diretta dal 2005;
– le misure adottate rispondono a esigenze di sicurezza e non a motivazioni etniche o razziali;
– Hamas utilizza infrastrutture civili e aree densamente popolate per scopi militari;
– i cittadini arabi israeliani partecipano alla vita politica del Paese e godono del diritto di voto.
Per molti esponenti israeliani, utilizzare il termine apartheid significa ignorare il contesto del terrorismo e semplificare un conflitto che coinvolge sicurezza, nazionalismo, religione e territorio.
Una parola che pesa sulla politica globale.
Il dibattito non è soltanto accademico. La definizione di apartheid ha ormai assunto un peso politico enorme.
Per i movimenti filo-palestinesi, usare questa parola significa spostare il discorso internazionale dal tema della sicurezza a quello dei diritti umani e della discriminazione sistemica. Per i sostenitori di Israele, invece, il termine viene impiegato come strumento politico per delegittimare lo Stato israeliano sul piano internazionale.
Nel frattempo, la comunità internazionale continua a restare divisa. Non esiste infatti una sentenza definitiva di un tribunale internazionale che abbia stabilito ufficialmente che Israele stia praticando apartheid nei territori palestinesi secondo la definizione prevista dal diritto internazionale.
La guerra delle definizioni.
Nel conflitto israelo-palestinese le parole non descrivono soltanto la realtà: contribuiscono a costruirla. “Apartheid” è diventata una delle espressioni più potenti e controverse del dibattito contemporaneo, capace di cambiare il modo in cui governi, media e opinione pubblica interpretano ciò che accade a Gaza.
Ed è forse questo il dato più significativo: mentre sul terreno continuano guerra, distruzione e crisi umanitaria, il mondo resta profondamente diviso anche sul linguaggio con cui raccontarle.










