Gaza. La vicepresidente della Commissione Ue Ribera, ‘se non è genocidio, ci assomiglia molto’

Rottura senza precedenti nella comunicazione di Bruxelles.

di Giuseppe Gagliano –

Le dichiarazioni della vicepresidente esecutiva della Commissione europea, Teresa Ribera, segnano una rottura senza precedenti nella comunicazione dell’esecutivo comunitario sul conflitto di Gaza. Dire che l’azione israeliana “se non è genocidio, assomiglia molto alla definizione” significa abbandonare la prudenza diplomatica che finora aveva caratterizzato Bruxelles. È un atto che pone l’Unione in un terreno scivoloso: quello del diritto internazionale, dove la qualificazione di genocidio implica obblighi politici, morali e giuridici.
Fino a oggi la Commissione aveva accusato Israele di violazioni dei diritti umani, senza spingersi oltre. Ribera, pur non avendo competenze dirette in politica estera, apre un varco a pressioni interne e internazionali. Sul piano interno, aumenta la spaccatura tra Paesi membri favorevoli a una linea più dura e quelli schierati sulla difesa di Israele. Sul piano esterno, complica i rapporti con Tel Aviv, già tesi per la proposta UE di limitarne l’accesso ai fondi per la ricerca a causa della clausola sui diritti umani.
L’accusa di genocidio non è solo una questione semantica: comporta il richiamo alla Convenzione ONU del 1948 e apre la porta a procedimenti legali internazionali, come quello già avviato dal Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia. L’UE, tradizionalmente attenta a restare su un piano di mediazione, rischia così di trovarsi percepita da Israele come parte ostile. Ciò potrebbe influenzare la cooperazione economica, commerciale e tecnologica, soprattutto nei settori ad alta innovazione.
Sul fronte israeliano, le indiscrezioni di una possibile occupazione totale della Striscia di Gaza segnalano un irrigidimento strategico del governo Netanyahu. L’opposizione del capo di stato maggiore Eyal Zamir, fino alla minaccia di dimissioni, rivela una frattura tra potere politico e vertice militare. Questo scontro si innesta in un contesto in cui la maggioranza degli israeliani, secondo i sondaggi, preferirebbe concludere la guerra con un accordo di scambio prigionieri. Andare in direzione opposta potrebbe aggravare la polarizzazione interna.
Per la UE il conflitto di Gaza è anche un dossier di stabilità regionale: più l’area resta in crisi, più aumenta il rischio di ricadute su flussi migratori, mercati energetici e sicurezza mediterranea. Un deterioramento dei rapporti con Israele potrebbe spingere Tel Aviv a rafforzare le proprie relazioni economiche e strategiche con attori alternativi, inclusa la Cina e alcune potenze del Golfo, riducendo l’influenza europea nella regione. Al contrario, un’UE percepita come paladina del diritto internazionale potrebbe consolidare rapporti con Paesi arabi e con l’opinione pubblica globale.
L’uscita di Ribera segna un momento politico delicato: se da un lato rafforza la credibilità morale di Bruxelles presso chi chiede un’azione più incisiva per fermare la guerra, dall’altro apre un fronte diplomatico che potrebbe avere costi economici e strategici. Nei prossimi mesi, la sfida per l’UE sarà mantenere un equilibrio tra la difesa dei principi e la salvaguardia dei canali di cooperazione, evitando che la questione di Gaza diventi un fattore di frattura irreparabile nei rapporti con Israele e all’interno della stessa Unione.