Gaza. Le nuove regole israeliane e il rischio del collasso umanitario

di Giuseppe Gagliano

Nella Striscia di Gaza la guerra non passa più soltanto dai bombardamenti o dall’assedio militare, ma anche da un terreno meno visibile e non meno efficace: quello amministrativo. Le nuove regole di registrazione imposte da Israele alle organizzazioni non governative internazionali rischiano di produrre un effetto che nessuna offensiva armata sarebbe in grado di ottenere da sola: il collasso strutturale dell’intero sistema umanitario.
Il meccanismo è semplice nella forma, devastante nelle conseguenze. Le ONG straniere che non completano la nuova procedura di registrazione entro la fine dell’anno saranno costrette a chiudere le proprie attività entro sessanta giorni. Una misura presentata come tecnica, ma che nella realtà introduce criteri politici e ideologici incompatibili con il funzionamento stesso dell’azione umanitaria.
Secondo le autorità israeliane, il nuovo sistema serve a escludere le cosiddette “organizzazioni canaglia”. I motivi di rifiuto sono però rivelatori: contestare la natura di Israele come Stato ebraico, criticare l’operazione militare del 7 ottobre 2023, sostenere azioni legali internazionali contro le forze di sicurezza israeliane, promuovere campagne di boicottaggio. In altre parole, non comportamenti operativi scorretti, ma posizioni politiche e giuridiche.
Il risultato è che l’azione umanitaria viene subordinata all’adesione preventiva a una linea politica. Un salto di qualità che mette in discussione i principi di neutralità, imparzialità e indipendenza su cui si fonda il diritto umanitario internazionale.
Secondo l’Humanitarian Country Team del Territorio Palestinese Occupato, le ONG internazionali gestiscono o supportano la maggior parte delle strutture sanitarie operative a Gaza: ospedali da campo, centri di assistenza primaria, servizi idrici, programmi nutrizionali per bambini, attività di sminamento. Senza di esse, una struttura sanitaria su tre sarebbe costretta a chiudere.
Le Nazioni Unite non hanno la capacità di sostituirle. Non per mancanza di volontà, ma per limiti strutturali, logistici e di sicurezza. L’idea che il sistema possa reggere senza il contributo delle ONG internazionali è una finzione politica, non una valutazione realistica.
Organizzazioni storiche come Save the Children hanno già visto respinta la propria domanda di registrazione. Altre, come Medici Senza Frontiere, restano in attesa di una risposta, mentre continuano a operare in un sistema sanitario già devastato. Per queste ONG non si tratta solo di una questione burocratica, ma di una scelta esistenziale: accettare condizioni che ne snaturano la missione o ritirarsi lasciando un vuoto che nessuno colmerà.
Il messaggio politico è chiaro: l’aiuto è tollerato solo se non disturba, se non testimonia, se non documenta. In questo senso, la burocrazia diventa uno strumento di controllo del racconto prima ancora che delle attività.
Il governo israeliano respinge le accuse e sostiene che il processo sia stato trasparente e persino indulgente, con una proroga straordinaria dei termini. Secondo questa versione, chi non si adegua dimostra “mancanza di buona fede”. È una narrazione coerente con la strategia più ampia adottata da Israele dopo il 7 ottobre: ridurre drasticamente lo spazio operativo di attori esterni indipendenti, considerati potenziali fattori di delegittimazione internazionale.
Ma resta una contraddizione di fondo. Se l’obiettivo dichiarato è garantire la continuità degli aiuti, colpire le principali strutture che li rendono possibili significa produrre l’effetto opposto.
Secondo il diritto umanitario internazionale, la potenza che esercita un controllo effettivo su un territorio ha l’obbligo di garantire il sostentamento della popolazione civile. Limitare o condizionare l’accesso umanitario non è una scelta neutra, ma una responsabilità giuridica. In questo quadro, le nuove regole israeliane non appaiono come una misura amministrativa, ma come una ridefinizione unilaterale delle regole del gioco.
La questione va oltre l’emergenza immediata. Indebolire strutturalmente il sistema umanitario significa rendere Gaza sempre più dipendente da canali controllati politicamente e sempre meno osservabile dall’esterno. Meno ONG significa meno testimonianze, meno dati, meno capacità di documentare ciò che accade sul terreno.
In questo senso, la crisi umanitaria non è solo una conseguenza della guerra, ma uno strumento della guerra stessa. Non un effetto collaterale, ma una variabile strategica.
Gaza resta il luogo in cui tutte le contraddizioni si concentrano. Sicurezza contro diritto, controllo contro umanità, emergenza contro legalità. Le nuove regole di registrazione non risolveranno nessuno di questi nodi. Al contrario, rischiano di trasformare l’azione umanitaria in un’ulteriore linea del fronte.
E quando anche il soccorso diventa terreno di scontro, significa che la guerra ha ormai superato ogni confine, non solo geografico ma anche morale e giuridico.