
di Marcello Beraldi –
La notizia dei giorni scorsi, ossia la decisione dell’esecutivo di Tel Aviv rispetto all’occupazione di Gaza City e il conseguente sfollamento della popolazione civile entro il 7 ottobre prossimo, non è un semplice aggiornamento di cronaca, ma l’ennesimo, drammatico capitolo di una tragedia che si consuma sotto gli occhi di un mondo sempre più inerme. Questa decisione, annunciata dal gabinetto di sicurezza del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, rappresenta un’ulteriore, intollerabile escalation in un conflitto che dura ormai da ventidue mesi, ignorando le crescenti condanne internazionali e le proteste interne allo stesso Israele.
Gaza City, un tempo il cuore pulsante della Striscia, è oggi una delle poche aree non ancora completamente sotto occupazione militare israeliana o designata come “zona cuscinetto”. Un’operazione di terra su larga scala in questa città densamente popolata minaccia di sfolla migliaia, forse decine di migliaia, di persone, aggravando ulteriormente una crisi umanitaria già catastrofica e ostacolando disperatamente gli sforzi per la consegna di aiuti vitali. Le voci dei palestinesi risuonano come un grido di disperazione: “Non c’è più niente da occupare,” “Non c’è più Gaza”. Anche il capo di stato maggiore israeliano, il tenente generale Eyal Zamir, avrebbe messo in guardia sui rischi di tale operazione per gli ostaggi e per l’esercito stesso, già logorato da quasi due anni di guerra.
Il Primo Ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele non intende “governare” o “mantenere” Gaza, ma cerca un “perimetro di sicurezza” e il “controllo di sicurezza” per garantire la propria incolumità. Questa retorica si pone in palese contraddizione con la natura transitoria dell’occupazione militare secondo il diritto internazionale, che non consente rivendicazioni di sovranità permanenti. Un “perimetro di sicurezza” in questo contesto implica una presenza militare a lungo termine e un controllo de facto su confini, spazio aereo e servizi essenziali, che Israele già esercita. Questa strategia non appare come un mero requisito tattico di sicurezza, ma piuttosto come un tentativo di modellare la realtà post-bellica a vantaggio permanente di Israele, realizzando un’annessione di fatto senza dichiararla formalmente. L’obiettivo sembra essere quello di eludere la condanna internazionale esplicita per annessione, pur raggiungendo gli obiettivi strategici di controllo. Questa ambiguità strategica mira a placare le critiche internazionali mentre si perseguono obiettivi di sicurezza massimalisti, portando potenzialmente a un’occupazione prolungata e a bassa intensità che consolida il controllo israeliano senza assumersi la piena responsabilità della popolazione civile. Ciò rende anche qualsiasi futura “soluzione a due Stati” ancora più irrealizzabile.
La data del 7 ottobre, specificata per lo sfollamento, è profondamente simbolica, segnando l’anniversario dell’attacco di Hamas che ha scatenato l’attuale guerra. Fissare la scadenza per lo sfollamento in questa data, se confermato, sarebbe per Israele un atto simbolico potente, seppur macabro, rafforzando la sua narrativa di rappresaglia e sicurezza. A livello pratico, ciò implica una tempistica aggressiva per le operazioni militari, a prescindere dai costi umanitari e dalle implicazioni giuridiche che pongono ancora una volta Israele in violazione delle leggi internazionali.
Gaza sotto assedio: una crisi umanitaria senza precedenti.
La Striscia di Gaza è precipitata in una catastrofe umanitaria di proporzioni epiche. I numeri sono agghiaccianti: oltre 61.000 palestinesi uccisi e più di 146.000 feriti dal 7 ottobre 2023 al 30 luglio 2025, secondo il Ministero della Salute di Gaza. Più della metà di queste vittime sono donne e bambini, con oltre 18.000 minori che hanno perso la vita e 17.921 bambini identificati tra le vittime. Ogni giorno si aggiungono nuove vittime, con rapporti di decine di civili uccisi anche mentre erano in fila per il cibo.
Le condizioni di vita sono disumane. Gaza è sull’orlo di una carestia generalizzata, dove la fame uccide tanto quanto le bombe. Oltre un milione di persone, inclusi migliaia di bambini, stanno letteralmente morendo di fame, costretti a nutrirsi di piante selvatiche. Un bambino su quattro soffre gravemente la fame, con tassi allarmanti di malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni , e almeno 193 persone, tra cui 96 bambini, sono morte per fame e malnutrizione. Il Ministero degli Esteri francese ha esplicitamente dichiarato che il rischio di carestia è il “risultato del blocco israeliano”. Questa situazione, in cui la fame dilaga e uccide, non è una mera conseguenza inevitabile del conflitto; piuttosto, l’ostruzione deliberata degli aiuti e la creazione di condizioni che portano a una carestia diffusa elevano la crisi umanitaria a un potenziale crimine di guerra e a un atto costitutivo di genocidio secondo il diritto internazionale. Il diritto internazionale umanitario proibisce la fame dei civili come metodo di guerra e la considera una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra (Articolo 54) e un crimine di guerra ai sensi dello Statuto di Roma (Articolo 8/2/b/XXV(25)). La Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato a Israele di garantire senza indugio le forniture alimentari di base. Ciò sposta la narrazione da semplici “conseguenze” della guerra a “azioni” deliberate con specifiche responsabilità legali.
La distruzione delle infrastrutture è quasi totale: il 98% dell’acqua non è potabile, le infrastrutture idriche sono gravemente danneggiate e non vi è carburante per le stazioni di pompaggio. I servizi sanitari e l’istruzione sono paralizzati. Oltre la metà della Striscia di Gaza è “completamente rasa al suolo”. Le agenzie umanitarie, pur accogliendo con favore le nuove misure di aiuto, le ritengono del tutto insufficienti a contrastare la fame dilagante. Il livello di distruzione è senza precedenti, e la Corte Internazionale di Giustizia ha rilevato la “massiccia distruzione di case” e che Gaza è diventata un “luogo inabitabile”. Questo va oltre i danni collaterali; suggerisce una distruzione sistematica del tessuto civile, rendendo impossibile il ritorno. Questo suggerisce una strategia di “de-sviluppo” o “inabitabilità” volta a modificare permanentemente il paesaggio demografico e fisico di Gaza. Tale strategia, se provata intenzionale, potrebbe essere considerata una forma di sfollamento forzato, rendendo il territorio invivibile, il che costituisce una grave violazione del diritto internazionale. Mina inoltre qualsiasi prospettiva futura per uno Stato palestinese vitale o per l’autogoverno.
Lo sfollamento forzato è diventato una realtà quotidiana. Quasi 1,9 milioni dei 2,4 milioni di abitanti di Gaza sono sfollati, e molti sono stati costretti a spostarsi anche 10 o più volte. Oltre l’86% della Striscia è ora sotto il controllo militare israeliano o sotto ordini di sfollamento. Le cosiddette “zone sicure” si sono rivelate una chimera, con attacchi israeliani che continuano a uccidere civili anche in queste aree. Le demolizioni di case hanno raggiunto livelli record, anche in Cisgiordania. Israele ha annunciato che fornirà aiuti umanitari fuori dalle zone di combattimento , eppure l’ONU riferisce che oltre l’86% di Gaza si trova all’interno della zona militarizzata israeliana o sotto ordini di sfollamento. Si registrano numerose vittime tra le persone che cercano di accedere al cibo in aree militarizzate. Un camion che trasportava aiuti si è persino ribaltato, uccidendo 20 persone, e la protezione civile palestinese ha affermato che è stato costretto a percorrere strade pericolose dall’esercito israeliano. Questa situazione evidenzia una profonda contraddizione in cui l’atto stesso di fornire “aiuti umanitari” è militarizzato e pericoloso, rendendolo inefficace e potenzialmente complice della sofferenza in corso. Suggerisce inoltre che gli aiuti vengono utilizzati come strumento di controllo della popolazione o per gestire l’immagine internazionale piuttosto che per alleviare genuinamente la sofferenza, complicando ulteriormente il ruolo delle agenzie internazionali.
Il diritto calpestato: violazioni e impunità.
L’occupazione militare, nel diritto internazionale, è una condizione temporanea, definita dalla presenza di forze armate straniere in un territorio che perde, in tutto o in parte, l’esercizio della propria sovranità. Essa non implica l’annessione né la rivendicazione di sovranità permanente. La Carta delle Nazioni Unite, pilastro dell’ordine internazionale, proibisce l’uso della forza e impone alla comunità internazionale l’obbligo di non riconoscere i frutti di un atto illecito, come la permanenza di un’occupazione. Eppure, la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha già dichiarato illegale la prolungata presenza di Israele nei territori palestinesi occupati.
Il diritto internazionale definisce l’occupazione come temporanea. Tuttavia, l’occupazione israeliana dei territori palestinesi dura da oltre 57 anni , rendendola una delle più lunghe della storia moderna. La CIG afferma esplicitamente che un’occupazione “non può essere usata come forma di controllo indefinito” e “non può trasferire il titolo di sovranità alla potenza occupante”. La continua espansione degli insediamenti consolida ulteriormente questa permanenza. Questo stato “temporaneo” prolungato, unito all’espansione degli insediamenti e all’attuale piano di “controllo di sicurezza” di Gaza City, mina fondamentalmente l’integrità del diritto internazionale. Ciò crea un precedente in cui uno Stato può mantenere un controllo de facto su un territorio indefinitamente senza un’annessione formale, eludendo così le piene responsabilità legali di una potenza occupante pur godendo dei benefici del controllo. Tutto questo erode la credibilità dei quadri giuridici internazionali e incoraggia altri Stati a ignorare norme simili.
La Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, strumento cardine per la protezione dei civili in tempo di guerra, è sistematicamente violata. L’Articolo 49 proibisce esplicitamente i trasferimenti forzati, individuali o di massa, e le deportazioni di persone protette dal territorio occupato. Non solo, ma vieta anche il trasferimento di parti della propria popolazione civile nel territorio occupato, una norma che Israele ignora con la costruzione e l’espansione degli insediamenti. La Convenzione proibisce inoltre le pene collettive e le misure di intimidazione o terrorismo (Art. 33), il saccheggio e le rappresaglie contro persone e beni protetti. Gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e Gerusalemme Est, considerati illegali dal diritto internazionale, sono una violazione palese dell’Articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra.
La situazione si è ulteriormente aggravata con l’accusa di genocidio. La CIG ha stabilito che è “plausibile” che Israele stia violando i suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul Genocidio a Gaza. Le misure provvisorie ordinate dalla Corte impongono a Israele di prevenire atti che potrebbero costituire genocidio, di prevenire e punire l’incitamento diretto e pubblico al genocidio, e di garantire l’immediata fornitura di servizi di base e aiuti umanitari. Le accuse mosse contro Israele includono uccisioni di massa, distruzione di case, espulsione e sfollamento, e il blocco di cibo, acqua e aiuti medici, tutti elementi che rientrano nella definizione di atti genocidi. La sentenza della CIG, pur non essendo una constatazione definitiva di genocidio, impone un grave onere legale e morale a Israele e ai suoi alleati. Essa implica che le azioni osservate potrebbero rientrare nella definizione di genocidio, spingendo la comunità internazionale a esaminare più da vicino le azioni israeliane e potenzialmente portando a ulteriori azioni legali. La catastrofe umanitaria e lo sfollamento in corso potrebbero essere interpretati come prova di “condizioni di vita calcolate per portare alla distruzione fisica in tutto o in parte”.
Israele ha ripetutamente violato risoluzioni ONU (oltre 70) senza sanzioni significative, godendo di “impunità di fatto”. Questo contrasta nettamente con le sanzioni rapide e severe imposte ad altri Stati per violazioni simili. Amnesty International sottolinea il “trattamento discriminatorio sistematico, prolungato e crudele” di Israele e le politiche di “apartheid”. Questa applicazione selettiva del diritto internazionale da parte delle potenze globali, in particolare delle nazioni occidentali, crea una percezione di ipocrisia e un sistema di giustizia a due livelli. Ciò mina l’universalità dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, alimentando il risentimento nel Sud Globale e contribuendo a un ordine internazionale più frammentato e meno prevedibile. Rafforza anche l’argomento secondo cui il diritto internazionale è uno strumento degli Stati potenti piuttosto che uno standard universalmente applicato.
La fine della soluzione a Due stati e la stabilità regionale a rischio.
L’escalation dell’occupazione di Gaza City non è solo una crisi umanitaria, ma un colpo mortale alla già moribonda prospettiva di una soluzione a due Stati. Il Presidente israeliano Herzog ha candidamente ammesso che “la soluzione a due Stati ora non aiuterebbe i palestinesi” , un’affermazione che suona come una condanna definitiva. Mentre l’Italia e altri paesi continuano a sostenere formalmente questa soluzione, opponendosi agli insediamenti israeliani che la minano , la realtà sul campo è ben diversa. L’UE stessa è accusata di mantenere una retorica del “due Stati” in un contesto in cui le annessioni israeliane hanno creato una “situazione coloniale di apartheid”. La Corte Internazionale di Giustizia ha chiarito che la presenza illegale di Israele impedisce di fatto alla Palestina di soddisfare i criteri per essere uno Stato.
Il diritto all’autodeterminazione è un principio fondamentale del diritto internazionale. Tuttavia, le politiche israeliane, inclusa l’espansione degli insediamenti e l’attuale occupazione di Gaza City, minano attivamente la possibilità di uno Stato palestinese vitale. I critici europei notano che la retorica dei “due Stati” persiste nonostante una chiara “realtà a stato unico” che emerge sul terreno. La continua occupazione militare e l’espansione del controllo sui territori palestinesi negano di fatto il diritto palestinese all’autodeterminazione, rendendo la “soluzione a due Stati” un mantra diplomatico sempre più vuoto. Questa “realtà a stato unico” forzata sotto il controllo israeliano, se non formalmente annessa, perpetuerebbe un sistema di diritti disuguali, potenzialmente consolidando ciò che Amnesty International e altri descrivono come “apartheid”. Ciò ha profonde implicazioni morali e legali per il futuro della regione e la credibilità degli sforzi internazionali.
All’interno di Gaza, le dinamiche sono complesse e tese. L’Autorità Palestinese (ANP) esorta Hamas a cedere il potere per consentire la riunificazione della Palestina e la ricostruzione della Striscia , dichiarandosi pronta a coordinarsi con una forza araba per la stabilizzazione post-bellica. Tuttavia, la strada è irta di ostacoli: Hamas ha già avvertito che qualsiasi forza che tenti di governare Gaza accanto a Israele sarà considerata una potenza “occupante”, e nessun paese arabo ha finora accettato di assumere tale ruolo senza il consenso palestinese. Netanyahu afferma che Israele non vuole governare Gaza ma cerca un “perimetro di sicurezza” e il trasferimento del controllo a “forze arabe”. Tuttavia, nessun paese arabo ha accettato questo senza il consenso palestinese, e Hamas considera qualsiasi forza di questo tipo come “occupante”.
Il capo di stato maggiore israeliano mette in guardia contro un’occupazione a lungo termine a causa dello stress sull’esercito e della mancanza di un chiaro punto finale. Tutto ciò crea un pericoloso vuoto di potere e una ricetta per l’instabilità perpetua. Senza una struttura di governo palestinese vitale e riconosciuta a livello internazionale, qualsiasi “ritiro” israeliano porterebbe probabilmente a una rinnovata attività militante o al caos interno. La mancanza di un chiaro piano per il “giorno dopo” al di là del controllo militare è un fallimento strategico critico di Israele.
Le implicazioni per la stabilità regionale sono profonde e preoccupanti. L’offensiva israeliana a Gaza ha riacceso un conflitto decennale, con ripercussioni che si estendono ben oltre i confini della Striscia. Si registrano attacchi israeliani nel sud del Libano contro obiettivi di Hezbollah , e gli Houthi hanno continuato a rivendicare attacchi contro navi nel Mar Rosso. La presenza militare israeliana nel sud della Siria, sebbene definita temporanea, è destinata a rimanere “a tempo indeterminato” secondo il ministro della Difesa israeliano. Una prolungata occupazione di Gaza potrebbe innescare effetti domino regionali, coinvolgendo attori esterni e destabilizzando ulteriormente un Medio Oriente già in ebollizione.
La complicità occidentale: interessi economici e geopolitici.
La palese incapacità dell’Occidente di isolare o sanzionare Israele di fronte a violazioni sempre più gravi del diritto internazionale è una macchia indelebile sulla sua presunta bussola morale. Nonostante le accuse di genocidio e le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia, l’Unione Europea ha scelto di non imporre sanzioni significative a Israele. La ragione è chiara: la sospensione completa dell’Accordo di Associazione UE-Israele richiederebbe l’unanimità, e paesi chiave come Germania e Italia si oppongono persino a una sua revisione, mantenendo una posizione saldamente pro-Israele nonostante i massacri. L’UE rimane profondamente divisa, con le voci più ferme di Spagna e Irlanda che si perdono nel coro della cautela.
Gli interessi economici sono il vero motore di questa paralisi. L’UE è il principale partner commerciale di Israele, con scambi che nel 2024 hanno raggiunto i 42,6 miliardi di euro, rappresentando il 32% del commercio totale israeliano. L’Accordo di Associazione UE-Israele, in vigore dal 2000, include una clausola sul rispetto dei diritti umani (Art. 2). Tuttavia, nonostante le “violazioni ricorrenti del diritto internazionale e dei diritti umani, inclusa l’occupazione illegale… e ora il genocidio”, Israele non ha mai subito sanzioni. Questa clausola è descritta come “inefficace” e un “promemoria retorico dei falsi impegni dell’Europa”. Questo rivela che l’impegno dichiarato dell’UE per i diritti umani nei suoi accordi esterni è spesso subordinato agli interessi economici e strategici. La clausola sui diritti umani funziona non come meccanismo di applicazione, ma come facciata legittimante, consentendo all’UE di mantenere relazioni commerciali redditizie pur sembrando di sostenere i propri valori. Questa ipocrisia mina l’autorità morale dell’UE e la sua capacità di agire come attore globale credibile per i diritti umani. L’Unione Europea è anche il più grande investitore in Israele, superando persino gli Stati Uniti.
Questo si traduce in un inaccettabile “doppio standard” nell’applicazione del diritto internazionale. Israele ha violato oltre 70 risoluzioni delle Nazioni Unite senza subire sanzioni significative, godendo di una “impunità di fatto”. Questa inefficacia mina la credibilità dell’UE come attore globale coerente e mina la fiducia nelle istituzioni internazionali. L’incapacità dell’UE di sanzionare Israele deriva da divisioni interne e dalla necessità di unanimità per una sospensione completa. Grandi potenze come Germania e Italia sono esplicitamente pro-Israele. Gli Stati Uniti hanno storicamente influenzato la politica dell’UE in Medio Oriente. La politica estera frammentata dell’UE su Israele-Palestina, fortemente influenzata dai legami bilaterali dei singoli Stati membri e dall’allineamento strategico generale degli Stati Uniti, le impedisce di sfruttare la sua considerevole potenza economica per influenzare la condotta israeliana. Questa disunità indebolisce la posizione geopolitica dell’UE e la sua ambizione di essere una potenza normativa, rendendola un attore reattivo piuttosto che proattivo in un conflitto globale critico. Rafforza anche la percezione che le potenze occidentali privilegino un allineamento geopolitico specifico rispetto ai principi giuridici universali.
Il ruolo degli Stati Uniti è fondamentale in questa dinamica. Storicamente, Washington ha esercitato una profonda influenza sulla politica europea in Medio Oriente. Sebbene i livelli di supporto politico statunitense a Israele possano fluttuare, la loro influenza strategica rimane un fattore determinante. La politica mediorientale americana, concepita in un’ottica anticomunista durante la Guerra Fredda, ha portato a una lettura selettiva delle dinamiche regionali, privilegiando gli interessi strategici a discapito dei diritti umani.
La conseguenza più grave è l’inefficacia delle risoluzioni ONU. Le condanne dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza sono state ripetutamente disattese da Israele senza conseguenze, riducendo le norme internazionali a “semplici principi teorici, privi di reale efficacia”. La sistematica violazione del diritto internazionale a Gaza, resa possibile dal “supporto di grandi potenze che forniscono copertura diplomatica, materiale bellico e sostegno politico,” ha inferto un colpo devastante alla Carta delle Nazioni Unite e ai suoi principi fondanti. Questo modello di impunità, reso possibile da Stati potenti, mina fondamentalmente il concetto stesso di un ordine internazionale basato sulle regole. Suggerisce che per alcuni attori, il diritto internazionale non è un quadro vincolante ma uno strumento flessibile, applicabile solo quando politicamente conveniente. Questa erosione delle norme giuridiche rischia un ritorno a un sistema internazionale più anarchico in cui la politica di potenza detta i risultati, con conseguenze devastanti per i diritti umani e la stabilità globale.
L’urgenza di un cambiamento radicale per la giustizia e la pace.
La situazione a Gaza non è più solo una crisi, ma una ferita aperta che purulenta nel cuore della coscienza globale. Le violazioni sistematiche del diritto internazionale umanitario, dai trasferimenti forzati alle punizioni collettive, dall’uso della fame come arma alla distruzione indiscriminata, sono documentate e riconosciute dagli organismi internazionali più autorevoli. L’annunciata occupazione di Gaza City e l’imminente sfollamento forzato rappresentano non solo un’ulteriore escalation intollerabile, ma un’offesa diretta ai principi più basilari di umanità e giustizia.
È un imperativo morale e legale agire. L’impunità di Israele, che ha disatteso oltre 70 risoluzioni delle Nazioni Unite senza subire sanzioni significative, ha eroso la credibilità del diritto internazionale stesso. È giunto il momento che la comunità internazionale, e in particolare l’Occidente, superi le divisioni interne e gli interessi economici che finora hanno impedito un’azione concreta e coerente. Gli Stati hanno l’obbligo di non riconoscere come legittima la situazione creata dall’occupazione illegale e di astenersi dal fornire qualsiasi forma di aiuto o assistenza che possa garantirne il mantenimento. La continua incapacità di agire con decisione, nonostante le prove schiaccianti di catastrofe umanitaria e violazioni legali, rischia di rendere irrilevanti le istituzioni internazionali e gli sforzi diplomatici. Tutto questo trasforma l’indignazione morale in rassegnazione cinica, rafforzando l’idea che “la forza fa il diritto” e che i diritti umani siano negoziabili. L’inazione è una forma di complicità e la vera pace può essere costruita solo sulla giustizia e sulla responsabilità.
La soluzione non può essere ridotta a una mera questione umanitaria; è intrinsecamente politica. Richiede il riconoscimento pieno e inalienabile del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. La “soluzione a due Stati”, pur invocata da molti, è sempre più compromessa dalle azioni sul campo, ma la priorità immediata deve essere la protezione dei civili, un cessate il fuoco immediato e incondizionato, e l’accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari. La ricostruzione di Gaza, dove oltre la metà del territorio è rasa al suolo , richiederà uno sforzo internazionale immenso e, soprattutto, un cambio di paradigma politico che ponga fine all’occupazione e garantisca giustizia. L’obiettivo dichiarato di Israele è la sicurezza , ma il capo militare avverte che l’occupazione prolungata mette a dura prova l’esercito e manca di un chiaro punto finale. Il precedente disimpegno da Gaza ha creato un vuoto che ha rafforzato Hamas. L’attuale strategia privilegia il “controllo tattico rispetto alla risoluzione strategica”. L’attuale strategia israeliana, incentrata sul controllo militare e sull’eliminazione di Hamas senza una soluzione politica praticabile per il “dopo”, è autodistruttiva a lungo termine. Essa perpetua un ciclo di violenza, assicura un continuo isolamento internazionale e drena le risorse israeliane, minando in ultima analisi la propria sicurezza. Un futuro veramente sicuro per Israele non può essere costruito sulla continua oppressione e privazione dei palestinesi; richiede una risoluzione politica giusta che rispetti il diritto internazionale e i diritti umani.











