di Giuseppe Gagliano –
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha respinto una proposta avanzata dall’Egitto il 27 ottobre che prevedeva una tregua di due giorni nella Striscia di Gaza in cambio del rilascio di quattro ostaggi detenuti da Hamas. La proposta, elaborata dal presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi durante una conferenza stampa al Cairo con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, includeva anche l’invio di aiuti umanitari alla popolazione civile di Gaza e la ripresa di negoziati entro dieci giorni per discutere di un cessate il fuoco permanente. Nonostante la maggior parte dei ministri israeliani fosse favorevole alla tregua, l’opposizione di Netanyahu ha impedito che la proposta fosse messa ai voti, una posizione coerente con gli obiettivi dichiarati del premier di proseguire la guerra contro Hamas fino alla sua completa eliminazione come forza militare ed entità governativa a Gaza. La posizione del governo israeliano si basa sulla percezione di Hamas come una minaccia esistenziale per la sicurezza nazionale e la determinazione di Netanyahu di evitare accordi che possano dare a Hamas un vantaggio strategico o rinvigorire la sua capacità di controllo su Gaza.
La posizione di Netanyahu di rifiutare la proposta egiziana di tregua, nonostante il supporto di gran parte dei suoi ministri, riflette un approccio che avvalora il concetto di guerra perpetua adottato da Israele. L’idea di una guerra perpetua è radicata in una strategia di sicurezza che vede il conflitto con Hamas non come una battaglia isolata, ma come parte di una lotta continua per la sopravvivenza di Israele in una regione ostile. Netanyahu, sostenendo che la guerra debba continuare fino alla completa eliminazione di Hamas come entità militare e politica, sembra non lasciare spazio a compromessi che possano stabilire una pace duratura e stabile.
Questo approccio, che rifiuta qualsiasi tregua che potrebbe conferire anche solo temporaneamente un vantaggio a Hamas, implica che il conflitto sia considerato un fenomeno strutturale e senza soluzione definitiva a breve termine. Ogni pausa o accordo che potrebbe rafforzare la posizione di Hamas viene visto come una minaccia esistenziale, poiché secondo la visione del governo israeliano permetterebbe al gruppo di riorganizzarsi e potenzialmente rafforzarsi, perpetuando così il ciclo di violenze. Netanyahu, pertanto, porta avanti una strategia che accetta la guerra continua come necessaria per garantire la sicurezza del paese, al costo però di stabilire uno stato di conflitto quasi ininterrotto. Questa visione è coerente con la dottrina della deterrenza permanente, dove il mantenimento della superiorità militare e la repressione di minacce percepite rimangono priorità strategiche, anche a discapito della possibilità di soluzioni diplomatiche.












