di Giuseppe Gagliano

A quasi due anni dall’inizio della guerra a Gaza, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu annuncia l’intenzione di aggiornare il piano militare. Una mossa che, secondo diversi analisti e fonti interne, apre la strada non a una tregua, bensì a una nuova espansione del conflitto. Con l’obiettivo dichiarato di “sconfiggere Hamas, liberare gli ostaggi e impedire che Gaza rappresenti ancora una minaccia per Israele”, il governo israeliano valuta un’operazione su scala ancora più ampia.

L’annuncio giunge nel momento in cui oltre 200 alti funzionari della sicurezza israeliana in pensione, inclusi ex capi dei servizi segreti, hanno scritto al presidente Donald Trump, chiedendo un intervento diplomatico che spinga Israele a cessare le operazioni militari. Nella loro lettera, affermano che Hamas non rappresenta più una minaccia strategica e che l’esercito ha già raggiunto gli obiettivi militari possibili. Il terzo, la liberazione degli ostaggi, può essere conseguito solo attraverso un accordo politico. L’ex capo dello Shin Bet, Ami Ayalon, è stato netto: “Questa guerra ci sta facendo perdere sicurezza e identità”.

Nonostante la pressione interna e internazionale, Netanyahu sembra orientato a mantenere la linea dura. Fonti vicine al governo parlano apertamente della possibilità di riprendere il controllo completo della Striscia, rovesciando la decisione del 2005 con cui Israele aveva ritirato coloni e militari da Gaza. L’attuale coalizione, una delle più radicali nella storia del Paese, include partiti che non nascondono la volontà di annettere integralmente Gaza e Cisgiordania, spingendo i palestinesi a lasciare i territori.

Non è chiaro se si tratterebbe di un’occupazione prolungata o di un’operazione militare a tempo determinato. Ma il messaggio è evidente: la fase diplomatica ha lasciato spazio a una strategia di forza, con tutti i rischi connessi, sia sul fronte della sicurezza sia su quello della legittimità internazionale.

I colloqui di Doha, che avrebbero dovuto portare a una tregua di 60 giorni, sono naufragati. L’accordo prevedeva l’invio di aiuti umanitari e la liberazione di circa metà degli ostaggi detenuti da Hamas, in cambio del rilascio di prigionieri palestinesi. Tuttavia, nonostante l’intervento dell’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e un incontro diretto con Netanyahu il 31 luglio, l’intesa resta lontana.

Secondo fonti israeliane, si sarebbe delineata un’intesa generale tra Tel Aviv e Washington, fondata su tre pilastri: liberazione totale degli ostaggi, disarmo di Hamas e smilitarizzazione della Striscia. Ma per Hamas, queste condizioni equivalgono a una resa. E nonostante la disponibilità, non confermata ufficialmente, a lasciare il governo di Gaza a favore di un’autorità indipendente o dell’ANP, il movimento islamista insiste affinché ogni accordo postbellico sia frutto di un’intesa tra palestinesi, non imposto da attori esterni.

Dal punto di vista militare, Israele ha dimostrato di poter colpire duramente Hamas, ma non di poterlo eliminare. La minaccia a lungo termine non è tanto quella delle milizie, quanto quella dell’instabilità cronica, dell’isolamento diplomatico e della frattura crescente tra Israele e una parte della sua stessa società. A tutto ciò si aggiunge l’incertezza su cosa accadrà il giorno dopo un’eventuale riconquista totale della Striscia: chi governerà Gaza? Con quali risorse? Con quale legittimità?

Sul piano geoeconomico, l’occupazione di Gaza comporterebbe costi altissimi, in un contesto già gravato da inflazione, polarizzazione politica e tensioni regionali. Né l’Europa né gli Stati Uniti sembrano disposti a farsi carico della ricostruzione senza una soluzione politica credibile. E mentre l’opinione pubblica globale continua a mobilitarsi contro la guerra, Netanyahu appare sempre più isolato.

Il governo israeliano si trova così stretto tra due fronti: da un lato, l’esigenza politica di mantenere coesa una coalizione radicale, e dall’altro, una crescente pressione diplomatica per una soluzione negoziata. La guerra, anziché rafforzare Israele, sta erodendo il consenso, aumentando l’insicurezza e mettendo in crisi la tenuta stessa dello Stato.

In assenza di una svolta, lo scenario è quello di una guerra di logoramento, senza chiari vincitori. Un conflitto che rischia di trasformare Gaza in una ferita permanente, aperta nel cuore del Medio Oriente, e di far pagare un prezzo altissimo tanto ai palestinesi quanto alla democrazia israeliana.