Gaza. Nuova proposta di tregua di Qatar ed Egitto

di Giuseppe Gagliano

La proposta di un cessate-il-fuoco da cinque a sette anni nella Striscia di Gaza, avanzata da Qatar ed Egitto, non è solo un tentativo di interrompere una guerra devastante. È un’operazione chirurgica nella diplomazia del ricatto: da un lato Hamas offre ostaggi e una nuova governance; dall’altro Israele esige la resa senza condizioni. Nel mezzo una popolazione allo stremo e una regione sull’orlo dell’implosione.
La posta in gioco è altissima: il ritiro totale di Tel Aviv, lo scambio di prigionieri, la ricostruzione dell’enclave e la fine dell’embargo. Hamas, per la prima volta, mostra “una flessibilità senza precedenti” e ipotizza persino la consegna del potere a un’amministrazione palestinese “concordata”. Israele, invece, rilancia con raid e condizioni unilaterali. Il governo Netanyahu esclude ogni coinvolgimento dell’Autorità Palestinese e prosegue la strategia dell’annientamento totale.
Il nodo vero non è militare, ma politico: quale Palestina può (o deve) sopravvivere alla guerra? Hamas, delegittimato all’esterno ma forte sul terreno, propone un compromesso. Netanyahu, sotto pressione interna e internazionale, cerca un risultato militare da trasformare in rendita politica.
Nel frattempo il terreno si svuota di vite e di speranza: oltre 26 palestinesi uccisi in un giorno, bulldozer colpiti mentre sgomberano macerie, Rafah di nuovo sotto assedio. E intanto, il giovane ostaggio israelo-americano Edan Alexander diventa emblema della pressione diplomatica USA.
La guerra di Gaza è oggi una guerra ibrida, fatta di trattative parallele, pressioni incrociate e manipolazione degli ostaggi. Il rischio è che la tregua diventi solo una pausa tra due fasi di uno stesso progetto: la disintegrazione controllata di Gaza e l’eliminazione di ogni alternativa politica palestinese non conforme ai piani israeliani.