di Giuseppe Gagliano –

Chi parla ancora di tregue, risoluzioni Onu, due popoli e due Stati, rischia di farlo per inerzia. Quello che sta avvenendo a Gaza non è più solo guerra: è ingegneria demografica armata, pianificazione politica con mezzi militari, trasferimento coatto di popolazione sotto la minaccia della fame e dei missili.

Il progetto, ormai non più solo sussurrato nei circoli militari israeliani, ha preso forma e concretezza. A rivelarlo non sono fonti complottiste o media di parte, ma un’incrociata inchiesta tra il quotidiano economico Financial Times, la rivista israelo-palestinese 972mag e il quotidiano Haaretz. Tre firme autorevoli che, senza mezzi termini, descrivono l’evoluzione del conflitto in un piano a lungo termine: svuotare Gaza, militarizzare il territorio e gestirne la popolazione residua come un “problema logistico”.

Non è la prima volta che si parla di “contenimento” della popolazione palestinese. Ma oggi il contenimento ha un volto preciso: l’area di al-Mawasi, sulla costa mediterranea, trasformata in zona umanitaria e poi, lentamente, in riserva etnica. Un’area-prigione dove più di due milioni di persone sopravvivrebbero sotto controllo militare diretto, senza autonomia amministrativa, senza accesso libero ad aiuti o lavoro, senza possibilità di movimento.

La presenza di Hamas viene invocata come alibi. Ma nel progetto, così come trapela dalle fonti militari, non c’è spazio neppure per l’Autorità Nazionale Palestinese, né per le Nazioni Unite. Non si parla di transizione democratica, di ricostruzione civile, di pace. Solo esercito, bulldozer, container per gli aiuti e tabelle caloriche.

A supervisionare la strategia è il nuovo Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, sostenuto dall’ultradestra religiosa e ideologica che oggi domina la Knesset. A ispirare il disegno, due entità ben note: il gruppo “Tzav 9”, fautore di una linea radicale, e il think tank Kohelet, già autore delle riforme giudiziarie che hanno spaccato Israele e che oggi detta l’agenda della colonizzazione.

Il piano, pur non formalmente approvato, è già operativo nei fatti. I convogli militari chiudono interi quartieri, le tendopoli sorgono sotto i droni, e gli aiuti vengono razionati secondo criteri stabiliti dallo Stato occupante. Non si tratta più solo di assedio: è gestione della sopravvivenza altrui, una forma aggiornata di amministrazione coloniale.

Non solo è esclusa ogni presenza internazionale, ma è in atto un vero e proprio smantellamento del sistema umanitario. Il 30% del personale straniero è già stato evacuato. Gli attacchi ai centri di soccorso – come quello alla sede della Croce Rossa a Rafah – non sono più episodi isolati ma segnali di una strategia: delegittimare chi testimonia, rendere impossibile ogni coordinamento, silenziare i testimoni scomodi.

Nel frattempo la popolazione civile si sposta, viene convinta, costretta, terrorizzata. I bambini uccisi in una settimana sono stati 270, secondo Save the Children. I sopravvissuti vengono indirizzati verso la costa, nella gigantesca tendopoli che potrebbe diventare il loro unico orizzonte per anni.

Sotto le bombe, qualcosa però si muove anche a Gaza. Per la terza volta in pochi giorni, gruppi di cittadini hanno manifestato contro Hamas, accusata di aver sacrificato la popolazione per i suoi obiettivi. È un segnale importante, anche se doloroso: i palestinesi di Gaza non vogliono più essere ostaggi né di Tel Aviv, né di Gaza City.

Ma anche in Israele cresce il malcontento. Le piazze di Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa continuano a contestare Netanyahu e la sua deriva autoritaria. Il rischio, però, è che le due proteste non si parlino. Che la sofferenza palestinese venga relegata a questione interna, e quella israeliana ignorata in nome del “nemico esterno”.

L’esperimento in corso a Gaza non riguarda solo i palestinesi. È un test globale. Si può, nel 2025, gestire una popolazione civile con metodi da stato d’assedio permanente? Si può isolare un territorio, tagliarlo fuori dal diritto internazionale, e trasformarlo in un’area amministrata da militari e contractors?

Se la risposta sarà sì, allora Gaza diventerà un modello, non un’eccezione. E con essa rischiano tutti, perché ciò che oggi viene testato su due milioni di persone può domani essere replicato altrove, sotto altri nomi, contro altri popoli.