Gaza. Punto di rottura: l’Egitto accusa Israele di genocidio sistematico

di Giuseppe Gagliano

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha alzato il tono. Non più critiche vaghe, non più generiche preoccupazioni: “genocidio sistematico” è l’espressione che ha scelto per definire l’operato israeliano a Gaza. E non è un’accusa isolata, ma parte di una denuncia più ampia in cui l’Egitto si presenta come garante della causa palestinese e denuncia una strategia di “fame” e “liquidazione” non solo delle persone, ma dell’identità politica stessa dei palestinesi.
Secondo il presidente oltre 5mila camion di aiuti sono fermi al valico di Rafah, ostaggi del veto israeliano. La crisi umanitaria, che già sfiorava il collasso, si è trasformata in una vera e propria emergenza di sopravvivenza. I dati del Ministero della Salute di Gaza sono agghiaccianti: più di 61mila morti e oltre 150mila feriti dal 7 ottobre 2023. Solo il 5 agosto si contano 87 morti e 644 feriti. Numeri che, nel silenzio delle cancellerie occidentali, parlano più delle dichiarazioni ufficiali.
Israele dal canto suo, non arretra. Il ministro della Sicurezza Yisrael Katz rivendica “l’efficienza professionale” dell’esercito nell’applicare le direttive. Netanyahu, intanto, si mostra incline a una soluzione militare totale: la conquista completa della Striscia. Un’escalation che rende vano ogni sforzo negoziale.
L’UNRWA lancia l’allarme: Israele consente l’ingresso di soli 40 camion al giorno, a fronte dei 600 necessari. Il rischio carestia non è più teorico, così come la minaccia epidemica. Emergono anche segnali medici inquietanti: 95 casi di sindrome di Guillain-Barré, malattia neurologica rara, legata al degrado igienico-sanitario. Due bambini tra le vittime recenti. E mentre i medicinali scarseggiano, le munizioni non mancano: le Brigate Al-Qassam e le Brigate Al-Quds rivendicano nuovi attacchi contro le postazioni israeliane.
Il gabinetto di sicurezza di Tel Aviv ha autorizzato un nuovo meccanismo per l’ingresso di beni essenziali, ma attraverso commercianti locali, controllati in ogni passaggio. Ogni pagamento dovrà avvenire tramite bonifico bancario, ogni carico sarà ispezionato. Una “normalizzazione selettiva” che assomiglia più a un contenimento sotto tutela che a un reale sollievo per la popolazione. E soprattutto, un chiaro messaggio: Israele vuole decidere chi sopravvive e come.
Il segretario di Stato USA Marco Rubio ha espresso “profonda preoccupazione” in colloqui con Francia e Regno Unito. Ma, per ora, resta tutto sul piano delle parole. Nessuna pressione reale su Israele, nessuna proposta alternativa credibile. Il sostegno incondizionato a Tel Aviv si conferma pilastro della politica statunitense, malgrado l’aggravarsi della crisi.
In questo contesto, l’Egitto gioca su due piani. Da un lato si propone come difensore della causa palestinese, accusando Israele e tentando di riportare l’attenzione internazionale sulla crisi. Dall’altro, reprime ogni tentativo di mobilitazione interna. La richiesta di autorizzare una protesta davanti all’ambasciata israeliana è stata respinta dal Tribunale per gli Affari d’Emergenza. Il messaggio è chiaro: solidarietà sì, ma entro i limiti imposti dallo Stato.
La situazione sul campo evolve verso una possibile offensiva israeliana totale. Il fallimento dei negoziati, la ripresa delle ostilità e il nuovo meccanismo economico di controllo fanno pensare che Israele voglia chiudere la partita con Gaza, anche a costo di ulteriori perdite civili. Strategicamente, si punta a eliminare Hamas e le altre milizie, ma il prezzo sarà altissimo in termini di immagine internazionale e instabilità regionale.
Dietro il conflitto si intravede anche una logica geoeconomica: controllo totale delle vie commerciali, delle reti di distribuzione e della sopravvivenza materiale. Israele usa l’economia come proiezione del dominio militare. Ogni litro d’acqua, ogni cassa di medicinali, ogni sacco di farina è oggi oggetto di una guerra invisibile, che determina chi ha diritto alla vita.
In Medio Oriente, le parole di al-Sisi non restano isolate. Cresce l’insofferenza nei Paesi arabi nei confronti dell’impunità israeliana. Ma al tempo stesso, nessuno sembra disposto ad andare oltre la retorica. Anche perché il quadro globale è dominato da nuove polarizzazioni: USA e Israele da una parte, Russia e Cina sempre più attive nel Mediterraneo orientale e in Africa. Gaza rischia di diventare il nuovo epicentro di una guerra fredda che mescola diplomazia, energia, logistica e controllo delle rotte.