di Giuseppe Gagliano –
Israele ha annunciato di aver eliminato Abu Obeida, il leggendario portavoce militare di Hamas. Per quasi vent’anni, il suo volto coperto e la sua voce metallica hanno incarnato la propaganda delle Brigate al-Qassam. Nei suoi messaggi preregistrati, diventati virali dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, celebrava le operazioni di Hamas e irridicolizzava Israele, alimentando la percezione di una resistenza implacabile. In un movimento che fa della segretezza un’arma, la sua identità rimaneva sconosciuta, protetta da una costruzione simbolica che trasformava un uomo in un mito.
Poco si sapeva di lui: forse nato negli anni Ottanta, discendente di una famiglia sfollata nel 1948, divenne pubblico nel corso della Seconda Intifada. Scelse un nome di battaglia che rimandava a un compagno del profeta Maometto, carico di risonanza religiosa e militare. Negli anni, consolidò la sua posizione come unico portavoce ufficiale delle Brigate Qassam, a capo del “dipartimento di influenza informatica”, secondo le accuse di Washington. Gli Stati Uniti lo hanno inserito nelle liste di sanzioni nel 2024, accusandolo di aver gestito i server di Hamas in collaborazione con l’Iran.
Dal punto di vista militare l’eliminazione di un portavoce non cambia l’equilibrio di potenza sul campo. Non era un comandante operativo, né un architetto strategico. Tuttavia, in termini di comunicazione e psicologia del conflitto, la sua morte è un successo per Israele: colpisce la narrativa di Hamas, toglie al movimento la sua voce più riconoscibile e segnala la capacità di Tel Aviv di penetrare anche gli strati più protetti dell’organizzazione.
Per Hamas invece la perdita è significativa sul piano simbolico. Abu Obeida era diventato parte integrante dell’identità del gruppo: un simbolo della resistenza capace di parlare ai palestinesi e ai sostenitori internazionali. La sua eliminazione obbligherà Hamas a riorganizzare la propria strategia mediatica, ma anche a sfruttare la morte per alimentare la retorica del martirio.
La vicenda rivela quanto il conflitto israelo-palestinese sia ormai anche una guerra dell’informazione. Israele colpisce fisicamente chi incarna la propaganda nemica, mentre Hamas punta a trasformare ogni perdita in un simbolo di resistenza. Abu Obeida era stato definito dagli americani “capo della guerra dell’informazione” e, in effetti, il suo ruolo era proprio quello: moltiplicare l’impatto delle operazioni militari attraverso il racconto.
L’attacco che ha colpito Abu Obeida ha ucciso altre sette persone. È un dettaglio che ricorda come la guerra a Gaza si giochi su due livelli: la dimensione simbolica dei leader, ma anche la devastazione quotidiana subita dalla popolazione civile. Secondo i dati palestinesi, oltre 63.000 persone sono state uccise dall’inizio dell’offensiva israeliana, l’80% delle quali civili. Numeri che alimentano l’accusa di genocidio e pesano sulla legittimità internazionale di Israele, soprattutto in Europa e nei Paesi del sud globale.
L’eliminazione di Abu Obeida è un successo tattico per Israele e una ferita simbolica per Hamas. Ma la realtà strategica resta immutata: Gaza continua a essere teatro di una guerra che divora vite e risorse, mentre gli equilibri regionali si fanno sempre più precari. Ogni leader abbattuto viene sostituito, ogni voce silenziata trova un nuovo megafono. L’unica certezza è che la propaganda, in questa guerra, vale quanto i missili.












