di Giuseppe Gagliano –
I colloqui al Cairo sulla crisi di Gaza entrano in una fase decisiva mentre la tregua resta fragile e incompleta, sospesa tra il rischio di ripresa del conflitto e il tentativo di trasformarla in un percorso politico stabile. Hamas ha avviato consultazioni con i mediatori egiziani e le altre fazioni palestinesi per salvare il cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre 2025 e preparare la seconda fase dell’accordo, ma la mancanza di fiducia e le questioni irrisolte continuano a pesare sul negoziato.
Sul terreno, la tregua non ha mai significato una reale cessazione delle ostilità. Gaza continua a vivere in una condizione di guerra a bassa intensità tra bombardamenti sporadici, scontri e vittime civili. Un equilibrio precario che conferma come le tregue nella regione funzionino spesso più come contenimento della violenza che come soluzione del conflitto.
Hamas partecipa ai colloqui dichiarando responsabilità e apertura, ma deve gestire pressioni esterne e divisioni interne. La ricerca di una posizione comune tra le fazioni palestinesi è un passaggio obbligato ma complesso, perché il nodo centrale resta politico: definire chi governerà Gaza e con quale legittimità. Anche l’ipotesi di un’amministrazione tecnocratica temporanea solleva interrogativi su controllo, sicurezza e rappresentanza.
La seconda fase del piano promosso da Donald Trump concentra i punti più critici: ricostruzione, ritiro israeliano, gestione degli aiuti e soprattutto il disarmo di Hamas. Per Israele e Stati Uniti è una condizione essenziale, mentre per Hamas rappresenta una linea rossa, legata alla propria sopravvivenza politica e militare. Il rischio è uno stallo tra richiesta di sicurezza e timore di resa.
In questo scenario, l’Egitto mantiene un ruolo centrale, bilanciando mediazione diplomatica e interessi di sicurezza nazionale. Il controllo del valico di Rafah, la stabilità del Sinai e il timore di un’escalation ai confini rendono la crisi di Gaza una questione interna oltre che regionale. Il Cairo cerca una soluzione che sia accettabile per tutte le parti e sostenibile nel tempo.
L’arrivo al Cairo del generale statunitense Jasper Jeffers segnala inoltre il passaggio dalla negoziazione alla gestione operativa del dopoguerra. Al centro non c’è più solo il cessate il fuoco, ma il controllo del territorio, la distribuzione degli aiuti e la supervisione della ricostruzione.
Proprio la ricostruzione rappresenta uno dei principali terreni di scontro. Con circa il 90 per cento delle infrastrutture danneggiate e un costo stimato superiore ai 71 miliardi di dollari, la gestione dei fondi diventa una questione di potere oltre che economica. Chi finanzia e coordina la ricostruzione influenzerà inevitabilmente gli equilibri politici futuri.
La possibile creazione di una forza internazionale di stabilizzazione resta un’opzione sul tavolo, ma pone interrogativi su mandato, legittimità e accettazione locale. Senza un accordo chiaro, rischia di essere percepita come presenza esterna imposta o inefficace nel garantire sicurezza.
Il quadro complessivo resta quindi incerto. Israele punta a eliminare la minaccia armata, Hamas vuole preservare il proprio ruolo, gli Stati Uniti cercano una soluzione strutturata e l’Egitto teme il caos ai confini. Intanto la popolazione di Gaza continua a vivere tra macerie, sfollamento e crisi umanitaria.
I negoziati del Cairo mostrano che la tregua, da sola, non basta a chiudere il conflitto. Senza un accordo politico credibile e condiviso, il cessate il fuoco rischia di restare una pausa temporanea. Gaza rimane così sospesa tra una possibile stabilizzazione internazionale e il ritorno alla spirale della guerra.




