di Enrico Oliari

Il leader di Hamas Yahya al-Sinwar è rimasto ucciso oggi in un raid a Gaza. Lo hanno reso noto le autorità israeliane, e il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato pomposamente “ai cittadini di Israele” che “l’arciterrorista che ha ucciso migliaia di israeliani e rapito centinaia di cittadini è stato ucciso dai nostri eroici soldati. Il conto è stato pagato”. Congratulazioni alle Idf e allo Shin Bet sono arrivate dal presidente israeliano Isaac Herzog, il quale ha chiesto che “adesso si liberino i 101 ostaggi trattenuti da Hamas”.

Al-Sinwar era ritenuto la mente dell’attacco del 7 ottobre di un anno fa, costato la vita a 1200 israeliani di cui 859 civili, ed era succeduto a Ismail Haniyeh, ucciso dagli israeliani con un missile a Teheran lo scorso 31 luglio. Herzog ha spiegato che da diversi anni era considerato responsabile di numerosi attacchi terroristici ai civili israeliani, ma l’ex ministro della Difesa Benny Gantz ha fatto notare che la morte di al-Sinwar, per quanto importante, “non rappresenta la fine della guerra”, per cui le Idf saranno chiamate “ad operare nella Striscia di Gaza per anni a venire”.

Gantz ci vede giusto, poiché il quadro che si presenta è tutt’altro che favorevole per Israele.

Il confitto israelo-palestinese non è iniziato un anno fa, ed è sotto gli occhi di tutti che, in barba alle risoluzioni Onu, gli israeliani stanno gradualmente e illegalmente appropriandosi dei territori degli “altri”, costringendoli nei campi profughi o in quel grande e sigillato lager chiamato Gaza. Basti pensare che sono 750mila i coloni israeliani che occupano i territori dei palestinesi certi dell’appoggio di governo ed esercito. Il partito di Hamas, che l’Onu non considera organizzazione terroristica (nel 2018 è stata respinta una mozione) e che già in passato si era detto disponibile ad accettare i confini del 1967, è appunto improntato sulla resistenza rispetto a una sostituzione etnica in atto, contrabbandata per chissà quale diritto di “popolo eletto”, e sostenuta dalle lobby sioniste statunitensi e dal senso di colpa europeo per la Shoah.

Uccidere indiscriminatamente famiglie, bruciare vivi giovani com’è successo pochi giorni fa in una tendopoli di rifugiati a Gaza, sventrare interi palazzi per colpire un singolo individuo, tenere due milioni di persone alla fame, non si chiama “legittima difesa”. Dopo una mattanza (ma diciamo pure genocidio, come vogliono a l’Aja) di 42mila individui a Gaza di cui un terzo bambini, è pacifico che nel prossimo futuro spunteranno come funghi i combattenti che si vendicheranno dei famigliari uccisi, come pure che le azioni di guerra si moltiplicheranno esponenzialmente, altro che “rendere il paese più sicuro”. Il conflitto, dice bene Gantz, durerà a lungo: presto vi sarà chi prenderà il posto di al-Sinwar, mentre il tempo resta nemico di Netanyahu.