Gaza. Vertice arabo: 53 miliardi per la ricostruzione, sfida al piano USA

di Giuseppe Gagliano

In occasione del vertice straordinario tenutosi al Cairo, i Paesi arabi hanno dato il via libera a un massiccio piano di ricostruzione per Gaza dal valore di 53 miliardi di dollari, proposto dal presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi. L’iniziativa, denominata “Gaza 2030”, si pone come risposta alla proposta dell’ex presidente statunitense Donald Trump di trasformare la Striscia in una “Riviera del Medio Oriente”. A differenza del progetto americano, che prevede lo spostamento della popolazione palestinese, il piano egiziano punta a ricostruire il territorio senza sfollamenti forzati.
Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha garantito la piena collaborazione delle Nazioni Unite, elogiando l’impegno del mondo arabo a favore di un piano che mantenga i palestinesi nella loro terra.
Il progetto egiziano prevede un intervento su più fasi. Prima fase (sei mesi): messa in sicurezza dell’area, rimozione di ordigni inesplosi, costruzione di rifugi temporanei per 1,5 milioni di sfollati e riparazioni iniziali agli edifici.
Seconda fase (quattro anni e mezzo): costruzione di abitazioni permanenti, infrastrutture essenziali, nuove strade, reti idriche ed elettriche. Prevista anche la realizzazione di un porto commerciale, un hub tecnologico, hotel sulla costa e un aeroporto internazionale.
L’Egitto ha presentato il progetto con immagini generate dall’intelligenza artificiale, raffiguranti un futuro in cui Gaza è un centro economico e infrastrutturale moderno, ben lontano dalla devastazione attuale.
Uno dei nodi ancora irrisolti riguarda chi governerà Gaza nel periodo post-bellico. Il piano egiziano prevede la creazione di un comitato amministrativo palestinese composto da tecnici e professionisti indipendenti. Il presidente Mahmoud Abbas, leader dell’Autorità Palestinese (AP), ha accolto con favore l’idea dichiarandosi pronto a riprendere il controllo della Striscia con elezioni presidenziali e parlamentari.
Israele tuttavia si oppone a qualsiasi ritorno dell’AP a Gaza. Il premier Benjamin Netanyahu insiste su un controllo militare israeliano permanente e respinge il progetto egiziano, preferendo il piano Trump, che prevede una Gaza ridisegnata secondo gli interessi di Washington e Tel Aviv.
Il gruppo Hamas, che governa la Striscia dal 2007, non è stato coinvolto nei negoziati e ha già respinto il piano. Sami Abu Zuhri, alto funzionario dell’organizzazione, ha ribadito che “le armi della resistenza sono una linea rossa e non sono negoziabili”, escludendo qualsiasi ipotesi di disarmo in cambio di aiuti e ricostruzione.
Nel frattempo Hamas ha chiesto ai leader arabi di “sventare qualsiasi tentativo di deportazione forzata dei palestinesi” e di respingere il piano statunitense, considerato una minaccia alla sopravvivenza della popolazione di Gaza.
Per concretizzare il piano l’Egitto conta sul sostegno finanziario dei Paesi del Golfo, in particolare Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Tuttavia, le tensioni regionali e le differenti alleanze politiche potrebbero rallentare l’erogazione dei fondi.
Israele dal canto suo ha già avviato nuove misure restrittive, bloccando l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza come forma di pressione su Hamas. Nel frattempo, i colloqui per estendere il cessate il fuoco stanno attraversando un momento critico, con un’intesa che appare sempre più fragile.
Il piano egiziano rappresenta una sfida diretta alla visione statunitense e israeliana per Gaza. Se da un lato garantisce una ricostruzione senza sfollamenti forzati, dall’altro lascia aperte molte incognite sulla governance della Striscia e sulle reazioni di Israele. Nel frattempo, il conflitto sul campo non si è ancora risolto, e le divisioni tra le fazioni palestinesi, il blocco di Israele e l’incognita dei finanziamenti potrebbero complicare ulteriormente la realizzazione di Gaza 2030.