di Giuseppe Gagliano –
La Royal Navy ha intercettato due navi militari russe lungo la Manica, un episodio che non sorprende più nessuno ma che racconta molto di come il Nord Atlantico sia diventato il vero baricentro della competizione tra Mosca e la NATO. Lo Stoikiy, corvetta russa già nota per aver attraversato ripetutamente lo stretto di Dover, e la petroliera militare Elnya sono stati “pedinati” per quasi due settimane dalla HMS Severn. Un’operazione discreta ma metodica, che Londra descrive come monitoraggio 24 ore su 24, coordinato con gli alleati dell’Alleanza.
Il dato fornito dal ministro della Difesa britannico John Healey è il più significativo: negli ultimi due anni l’attività delle navi russe vicino alle coste britanniche è aumentata del 30%. Non si tratta solo di navigazione innocua o routine militare: l’interesse di Mosca per le rotte del Nord Europa e dell’Atlantico si lega a due elementi strategici. Primo: il controllo delle vie di accesso ai mari caldi. Secondo: la possibilità di avvicinarsi alle infrastrutture critiche occidentali.
Il punto più delicato riguarda la Yantar, nave di intelligence specializzata nella mappatura dei cavi sottomarini. Healey ha denunciato episodi di puntamento laser contro i piloti britannici e interferenze GPS su navi militari e civili. È un gesto ostile che rievoca gli scenari più inquietanti: quelli in cui la guerra si combatte non con missili e navi, ma attaccando il sistema nervoso dell’economia globale.
Sotto i mari passa il 98% dei dati mondiali. Ogni cavo tagliato può paralizzare banche, trasporti, energia, comunicazioni. Per questo la NATO sta rafforzando la protezione delle infrastrutture sottomarine, anche attraverso nuovi droni autonomi e sistemi di sorveglianza avanzati. La competizione tra Russia e Occidente non si gioca più solo in cielo o in mare, ma nei fondali.
Gli episodi si moltiplicano: a ottobre la HMS Duncan ha seguito il cacciatorpediniere russo Vice Admiral Kulakov; poco prima una fregata britannica aveva intercettato il sottomarino Novorossiysk. A gennaio lo Yantar era stato avvistato al largo delle coste britanniche e francese. Non è una sequenza casuale: Mosca testa costantemente i tempi di reazione, le capacità di sorveglianza e le regole d’ingaggio della NATO.
La risposta britannica, ovvero schierare navi, elicotteri, pattugliatori P-8 Poseidon, è un segnale politico prima che militare: Londra intende restare leader nella sicurezza del Nord Atlantico, soprattutto ora che gli Stati Uniti chiedono agli europei un impegno crescente.
Lo scontro è fatto di piccoli episodi, laser puntati, tracciamenti, navi che “si osservano”. Ma il messaggio è chiaro: nel 2025 le frontiere marittime non sono un confine geografico, sono la prima linea di un confronto strategico che coinvolge rotte commerciali, cavi sottomarini, infrastrutture energetiche e diplomazia militare.
Da un lato la Russia utilizza la sua Marina – anche limitata da sanzioni e capacità ridotte – per mantenere pressione costante sull’Occidente. Dall’altro, la NATO risponde mettendo in campo una rete sempre più integrata di sorveglianza e deterrenza. La Manica e il Nord Atlantico sono diventati un laboratorio di questa nuova guerra “a bassa intensità”, dove ogni movimento conta e ogni segnale può diventare un messaggio politico.
Il Regno Unito lo ha riassunto in una frase: “Vi vediamo. Sappiamo cosa state facendo”. Ma dietro quella frase c’è la realtà di un confronto che continuerà, silenzioso ma inesorabile.












