di Andrea Cantelmo –
La guerra in Ucraina, causata dall’invasione della Russia, infuria da quasi un mese. L’occidente sin dai primi momenti è sembrato quanto mai compatto nel sostenere le ragioni dello Stato guidato da Volodymyr Zelensky e nel condannare l’azione intrapresa da Vladimir Putin.
Tutte le più importanti nazioni europee e gli Stati Uniti di Joe Biden hanno preso una chiara posizione contraria e hanno immediatamente attivato tavoli di confronto in cui concertare le sanzioni ai danni della Russia. Tra le più pesanti che sono state messe in atto vi sono il blocco del sistema Swift, il congelamento degli asset stranieri detenuti da Putin e dagli oligarchi, l’interdizione per la Banca Centrale della Russia di usare le sue riserve in dollari o euro, l’esclusione dalle competizioni sportive internazionali e, nel quarto pacchetto di sanzioni, sono state imposte restrizioni sull’esportazioni di tecnologie. L’eccezione più importante riguarda l’esclusione da questi pacchetti sanzionatori delle esportazioni riguardante il nucleare, gas e petrolio, risorse vitali per alcuni Stati europei.
C’è uno Stato però che insieme alla Polonia (ampiamente prevedibile) si sta attivando in maniera particolare per ostacolare l’avanzata russa in Ucraina, ed è la Gran Bretagna di Boris Johnson. Sin dall’inizio il premier britannico aveva minacciato la Russia con sanzioni dalla potenza “mai vista prima”. BoJo in un articolo scritto per il New York Times spiega la sua posizione affermando: “Mai nella mia vita ho visto una crisi internazionale in cui la linea tra il bene e il male sia così netta. L’aggressione di Putin deve fallire a tutti i costi”, ma ha poi precisato che questo “non è un conflitto che include la Nato, e mai lo sarà”. Inoltre, il Primo Ministro sostiene che “l’Ucraina non avesse possibilità concrete di entrare a far parte della Nato nell’immediato futuro e tutti erano pronti a discutere con Putin in merito alle sue preoccupazioni sulla sicurezza nazionale russa, poiché ne comprendevamo tutte le ragioni”.
Johnson in questa guerra è sempre stato tra i leader trainanti per azioni più dure nei confronti della Russia. Spesso e volentieri ha anticipato l’Unione Europea nelle sanzioni bloccando quasi subito gli asset di alcuni dei più famosi oligarchi russi con base a Londra; un esempio su tutti: il proprietario del Chelsea Roman Abramovich. Come riporta Politico, il premier britannico è tra coloro che vorrebbero inserire nelle sanzioni anche le esportazioni riguardanti l’energia, considerandola come unica vera arma nelle mani occidentali, confidando che i paesi più dipendenti dalle risorse russe riescano velocemente a rimpiazzarne il fabbisogno.
Nella giornata di ieri Johnson ha dichiarato di volersi fare portavoce nei futuri incontri della Nato e del G7, degli interessi dell’Ucraina. Inoltre ha assicurato di voler continuare ad aumentare l’aiuto fornito a Zelensky in termini economici, militari e diplomatici. Il governo britannico sembra essere compatto sul punto, come dimostrano le ultime affermazioni pubbliche del ministro degli Esteri, Elizabeth Truss: “Sono sconvolta dalle atrocità russe a Mariupol. Putin sta ricorrendo a misure disperate poiché non sta raggiungendo i suoi obiettivi. Lui e il suo regime ne dovranno rendere conto”.
Come ultimo gesto di supporto alla causa dell’Ucraina, Johnson sta prendendo seriamente in considerazione di andare a Kiev per incontrare personalmente Volodymyr Zelensky. Ma, come riportato dal Daily Mail, gli addetti alla sicurezza stanno frenando le intenzioni del premier considerando il viaggio nella capitale ucraina troppo pericoloso visti gli ultimi eventi filmati anche dal sindaco Vitali Klitschko.
L’attivismo messo in campo da Boris Johnson in Europa sembra avere come fine ultimo di recuperare lo status di grande potenza perso alla fine della Seconda guerra mondiale, diventando il vassallo degli Usa seppur con una “relazione speciale”. Ora, a seguito della Brexit di cui BoJo è stato uno dei più grandi fautori, la Gran Bretagna ha individuato la porzione di mondo composta da Ucraina, Polonia e i Paesi Baltici per riconquistare una zona d’influenza, approfittando della richiesta di sicurezza proveniente da questi paesi e della proverbiale lentezza della politica estera dell’Unione Europea.












