di Giuseppe Gagliano –
A Londra, dove tecnologia e potere si intrecciano senza clamore, l’ascesa di Omar Mir non è un colpo di fortuna né un’apparizione improvvisa. È il risultato di una lunga costruzione relazionale che oggi torna utile a G42, il colosso dell’intelligenza artificiale di Abu Dhabi deciso a radicarsi nel Regno Unito e, più in generale, nello spazio europeo. Mir ne è il volto presentabile, il facilitatore, l’uomo che traduce ambizioni tecnologiche in linguaggio istituzionale.
Mir viene dal mondo della grande tecnologia occidentale. Vent’anni abbondanti tra reti, cloud, 5G e infrastrutture digitali, culminati nel ruolo di membro internazionale del consiglio di amministrazione di World Wide Technology, una delle maggiori società private del settore negli Stati Uniti. Ma il tratto distintivo del suo profilo non è tecnico: è politico nel senso più ampio del termine. Mir ha costruito la propria carriera nella zona grigia dove l’innovazione incontra governi, regolatori, fondazioni e grandi programmi di influenza.
È qui che il suo percorso incrocia l’universo istituzionale britannico. La presidenza delle iniziative su intelligenza artificiale e tecnologie avanzate della Sustainable Markets Initiative e il ruolo di advisor per The King’s Trust International lo portano al centro di una rete che ruota attorno a Carlo III. L’incontro a Buckingham Palace del novembre 2024 non è folklore: è un segnale di accreditamento, un lasciapassare simbolico in un sistema dove l’accesso vale quanto il capitale.
Quando nel 2025 G42 lancia la sua piattaforma europea con base a Londra, la scelta di Mir come co-presidente non è casuale. Al suo fianco c’è il capo legale del gruppo: un binomio che dice molto. L’intelligenza artificiale, in Europa, è prima di tutto una questione di regole, fiducia, sovranità dei dati. G42 si propone come alternativa “non allineata” ai giganti americani e cinesi, offrendo soluzioni su misura per governi e grandi imprese, infrastrutture critiche, supercalcolo e gestione dei dati sensibili.
Mir serve a rassicurare. Rassicurare Whitehall, rassicurare i regolatori, rassicurare un ecosistema politico che guarda con sospetto a ogni grande attore extraeuropeo. Il suo compito non è vendere algoritmi, ma costruire consenso.
Il contesto geopolitico è decisivo. G42 arriva in Europa dopo aver riposizionato le proprie alleanze, raffreddando i legami con la Cina e rafforzando quelli con gli Stati Uniti, anche attraverso partnership tecnologiche occidentali. Il Regno Unito diventa così una piattaforma ideale: alleato di Washington, hub finanziario globale, laboratorio normativo sull’IA.
In questo triangolo, Mir agisce da intermediario culturale. Comprende le sensibilità britanniche su sicurezza, governance e opinione pubblica, e allo stesso tempo incarna l’offerta emiratina di tecnologia come strumento di autonomia strategica. È una funzione politica prima ancora che industriale.
La forza di Omar Mir sta nel racconto che accompagna l’IA: sostenibilità, resilienza, modernizzazione dello Stato. Un lessico che parla alle élite occidentali e rende accettabile l’ingresso di un attore mediorientale in settori sensibili. In un’Europa che cerca sovranità digitale ma fatica a costruirla da sola, figure come Mir diventano decisive.
Omar Mir non è un decisore visibile, ma un abilitatore di potere. Per G42 è l’uomo giusto nel posto giusto: capace di aprire porte, costruire fiducia e inserire l’intelligenza artificiale emiratina nel cuore delle istituzioni britanniche. A Londra, l’espansione tecnologica non passa solo dai server, ma dalle relazioni. E Mir questo lo sa bene.




