Gb. Università: milioni per la sorveglianza degli studenti pro Palestina

di Giuseppe Gagliano –

Un’inchiesta congiunta di Al Jazeera e Liberty Investigates rivela che dodici università del Regno Unito hanno speso oltre 443 mila sterline tra il 2022 e il 2025 per monitorare studenti, attivisti e in alcuni casi docenti legati alle mobilitazioni pro Palestina. Tra gli atenei coinvolti figurano University of Oxford, Imperial College London, University College London e King’s College London. I fondi sono stati destinati alla società privata Horus Security Consultancy, incaricata di attività come monitoraggio dei social media, analisi del rischio, report quotidiani e controlli su eventi e relatori.
Il caso evidenzia una trasformazione più profonda del sistema universitario britannico, dove la gestione dell’ordine interno si avvicina sempre più a logiche di intelligence privata. Horus, fondata dall’ex ufficiale militare Jonathan Whiteley, si presenta come una società specializzata in sicurezza e controintelligence, segnalando un salto di qualità rispetto alle tradizionali attività di vigilanza.
L’episodio si inserisce in un contesto già segnato da un crescente irrigidimento verso le proteste legate alla guerra di Gaza. Nei mesi precedenti, almeno 28 università avevano avviato procedimenti disciplinari contro studenti e personale coinvolti nelle mobilitazioni, mentre si diffondevano pratiche di sicurezza più aggressive e ricorsi legali contro le proteste nei campus.
Gli atenei giustificano queste misure con la necessità di garantire la sicurezza e di rispettare il programma Prevent, previsto dal Counter-Terrorism and Security Act 2015, che impone di prevenire la radicalizzazione. Alcune università respingono l’accusa di sorveglianza, sostenendo che le attività servano solo a individuare rischi potenziali. Tuttavia, questa posizione entra in tensione con le recenti iniziative del governo britannico per rafforzare la libertà di espressione e accademica, anche attraverso nuovi poteri affidati all’Office for Students.
Il nodo centrale resta politico. L’uso di società private per analizzare contenuti online, monitorare gruppi e valutare attivisti rischia di trasformare l’università da spazio di confronto a ambiente sorvegliato, dove il dissenso viene trattato come potenziale minaccia. In particolare, nel contesto della guerra di Gaza, il pericolo è che la sicurezza diventi uno strumento per depoliticizzare il conflitto e ridurre la protesta a questione di ordine pubblico.
Dal punto di vista strategico, emerge un modello di sorveglianza ibrida che coinvolge attori privati in funzioni tipicamente legate alla sicurezza statale. Allo stesso tempo cresce un vero mercato della sicurezza universitaria, basato su monitoraggio digitale e analisi predittive. Resta da chiarire fino a che punto queste attività abbiano oltrepassato la semplice prevenzione per trasformarsi in forme sistematiche di controllo politico.
La vicenda segnala una tendenza più ampia: sotto la pressione della guerra e della polarizzazione, le università britanniche rischiano di ridefinire il proprio ruolo, spostandosi dalla tutela del dibattito critico verso una gestione securitaria del dissenso.