di Giuseppe Gagliano –
L’assenza della Georgia dal vertice della Nato di Ankara conferma il deterioramento dei rapporti tra Tbilisi e l’Occidente. Per anni considerata uno dei principali candidati all’integrazione euroatlantica, la Georgia è rimasta esclusa da un appuntamento al quale hanno invece partecipato partner asiatici e mediorientali, oltre all’Ucraina e ai tradizionali interlocutori dell’Indo-Pacifico. Il governo georgiano ha ridimensionato l’accaduto, sostenendo che il formato del vertice non prevedeva gli incontri abituali, ma l’esclusione viene interpretata come un segnale politico.
Alla base del progressivo raffreddamento vi sono la legge sull’influenza straniera, le tensioni con l’opposizione, il rinvio del percorso di adesione all’Unione europea e una politica estera ritenuta sempre più ambigua. In questo quadro si inserisce anche la partecipazione del presidente Mikheil Kavelashvili ai funerali della Guida suprema iraniana Ali Khamenei, una scelta che nelle capitali occidentali è stata letta come un ulteriore elemento di distanza dall’asse euroatlantico.
Dal punto di vista strategico, la Georgia mantiene un’importanza fondamentale per la sua posizione tra il Mar Nero, il Caucaso e i corridoi energetici che collegano Europa e Asia centrale. Tuttavia, la presenza russa in Abkhazia e Ossezia meridionale continua a rappresentare un ostacolo all’adesione alla Nato, rendendo estremamente rischiosa qualsiasi estensione delle garanzie di sicurezza dell’Alleanza.
Il governo guidato da Irakli Kobakhidze punta a valorizzare il ruolo della Georgia come piattaforma logistica e commerciale tra Europa e Asia. Ma senza il sostegno politico e finanziario occidentale, Tbilisi rischia di aumentare la propria dipendenza economica da Cina, Turchia, Azerbaigian e, indirettamente, dalla Russia, riducendo il peso del progetto europeo.
L’esclusione dal vertice di Ankara non rappresenta una rottura definitiva, ma evidenzia la crescente diffidenza dell’Occidente nei confronti della leadership georgiana. Il futuro del Paese dipenderà dalla capacità di conciliare le proprie ambizioni europee con una politica estera coerente e credibile, evitando di trasformarsi nel terreno di competizione delle principali potenze regionali.




