
di Giuseppe Gagliano –
Gli ultimi dati confermano che nel Baden-Württemberg i Verdi hanno chiuso davanti con il 30,2%, la CDU si è fermata al 29,7%, AfD è salita al 18,8% e la SPD è crollata al 5,5%, mentre FDP e Linke sono rimaste sotto la soglia del 5%. Nel nuovo Landtag, allargato a 157 seggi, Verdi e CDU risultano entrambe a 56 seggi, AfD a 35 e SPD a 10. In altri termini: nessun terremoto immediato di governo regionale, ma un terremoto politico sì, perché il cuore industriale della Germania certifica insieme tre fatti: la tenuta verde, la vulnerabilità dei conservatori e la normalizzazione della destra radicale anche nell’Ovest produttivo.
La lettura più importante non riguarda solo Stoccarda, ma Berlino. Friedrich Merz ha definito il risultato “amaro” e ha cercato subito di circoscriverne gli effetti, sostenendo che non avrà conseguenze sulla coalizione federale. È una mossa obbligata, ma non risolve il problema politico: la CDU non riesce a imporsi in un Land che considerava contendibile e simbolicamente decisivo, proprio mentre il cancelliere deve convincere il Paese che il suo governo è in grado di rilanciare l’economia dopo due anni di recessione. Quando un partito conservatore fallisce il sorpasso nel santuario dell’industria tedesca, il messaggio che passa è semplice: il centrodestra governa Berlino, ma non domina più l’immaginario della stabilità.
Cem Özdemir esce dal voto come vincitore pieno e probabile futuro ministro-presidente. Se la successione si concretizzerà, sarà il primo capo di governo regionale tedesco di origine turca. Ma il dato identitario, pur importante, non basta a spiegare il risultato. Özdemir ha vinto soprattutto perché è riuscito a presentarsi non come un verde ideologico, ma come un garante pragmatico di una transizione compatibile con il tessuto produttivo del Land. In un territorio dominato da auto, meccanica e manifattura avanzata, ha intercettato una parte dell’elettorato che non cerca più slogan, ma protezione politica nel mezzo della crisi industriale tedesca.
Il dato più strategico, tuttavia, è l’AfD al 18,8%. Non siamo più davanti a una semplice protesta territoriale confinata nei Länder orientali. Qui la destra radicale cresce nel motore economico dell’Ovest, cioè in una regione che ospita colossi come Mercedes-Benz, Porsche e Bosch e che sente direttamente la pressione della concorrenza cinese, della transizione elettrica e della domanda debole. Questo significa che il disagio tedesco non nasce soltanto dall’immigrazione o dalla polarizzazione culturale: nasce anche dalla percezione che il vecchio compromesso tra industria, benessere e rappresentanza non regga più. AfD avanza perché offre una lingua politica brutale a una frustrazione che i partiti tradizionali non riescono più a metabolizzare.
Paradossalmente, la soluzione più probabile resta la prosecuzione della coalizione Verdi-CDU. Reuters osserva che non emergono alternative realistiche e che la formula di governo già sperimentata resta quella più plausibile. Ma proprio questo è il punto: il sistema politico tedesco continua a reggersi su coalizioni di necessità, non più su egemonie chiare. La stabilità tedesca sopravvive, ma lo fa in forma difensiva, amministrativa, quasi notarile. È una stabilità senza slancio, costruita per arginare la frammentazione più che per guidare una nuova fase politica.
Sul voto ha pesato anche la debolezza del candidato CDU Manuel Hagel, penalizzato sia dalla minore notorietà rispetto a Özdemir sia dal riemergere di vecchie dichiarazioni controverse durante la campagna. Ma sarebbe un errore ridurre tutto a un incidente comunicativo. Il punto è più profondo: in Germania la crisi del modello industriale, il rallentamento economico e la trasformazione sociale stanno producendo un riassestamento politico che nessun partito tradizionale controlla davvero. Il Baden-Württemberg non chiude la partita tedesca. La apre. E la apre nel modo peggiore per Merz: mostrando che anche là dove la Germania sembrava più solida, il terreno sotto i piedi si sta muovendo.











