di Marco Pugliese * –
Per anni ci hanno raccontato la favola della Germania virtuosa, della locomotiva d’Europa che tira il convoglio. Ma basta guardare i numeri, quelli veri, per scoprire che sotto il cofano di quella locomotiva c’è un motore truccato.
Dai primi anni Duemila Berlino ha seguito una strategia semplice e spietata: comprimere i salari, tagliare la spesa sociale, usare una moneta, l’euro, che per loro è un marco svalutato. Mentre noi discutevamo di flessibilità e diritti, loro facevano le riforme di Schröder, quelle che rendevano più poveri i lavoratori ma più ricche le imprese.
Il risultato? Un surplus commerciale sistematico, anno dopo anno, che ha superato tranquillamente il 6% del PIL, il limite europeo. Nessuna sanzione, nessun richiamo: quando infrange le regole chi comanda, le regole non valgono più. Nel 2016 la Germania ha esportato per 297 miliardi, più della Cina, senza che nessuno alzasse un dito.
E intanto gli altri, Francia, Italia, Spagna, costretti a rincorrere. Per stare in piedi nel sistema tedesco bisogna pagare il prezzo: tagli alla sanità, alla scuola, ai salari pubblici. Si svuotano i centri storici, si chiudono le fabbriche, si precarizza il lavoro.
Mario Draghi, con il suo aplomb da banchiere, lo ha detto solo nel 2024: «La Germania ha seguito una strategia deliberata per ridurre i costi interni e guadagnare competitività a spese altrui». Ma nel frattempo il danno era fatto.
Nel 2017 persino gli americani, con Peter Navarro e Donald Trump, accusano Berlino di giocare sporco: “Usano un euro sottovalutato come se fosse un marco debole”. E avevano ragione. Ma da noi, nelle cancellerie e nei giornali, si continuava a dire che dovevamo “fare come la Germania”.
Ecco il risultato: un’Europa dove il modello tedesco ha impoverito tutti gli altri, mentre loro si gonfiavano di export e di moralismo.
* Articolo in mediapartnership con Nuovo Giornale Nazionale.












