di Giovanni Caruselli –

Che il terrorismo come lo conosciamo sia un portato della società contemporanea è abbastanza evidente. Certamente anche nell’Ottocento singoli individui o piccoli gruppi hanno preso di mira sovrani, personaggi politici e magnati dell’economia e per questa ragione li si è definiti terroristi. In realtà ci sembra che la definizione fosse vera solo a metà perché il terrorista del XIX secolo o dei primi del XX secolo non aveva come obiettivo primario quello di diffondere il terrore indiscriminatamente, piuttosto si proponeva di colpire un personaggio simbolico di un sistema che si percepiva come profondamente ingiusto. Il terrorismo anarchico agì pensando che il “gesto esemplare” di un singolo potesse portare all’emulazione e forse anche alla rivoluzione. La storia si è incaricata di dimostrare l’erroneità di questa dottrina, perché nessun vero cambiamento è mai stato innescato da uno o più gesti esemplari.

Arriviamo all’epoca contemporanea e osserviamo che le motivazioni di atti terroristici possono essere molto diverse: la liberazione da una dominazione straniera è la circostanza più ricorrente nell’epoca della decolonizzazione, ma non solo, se si pensa al terrorismo dell’Ira in Irlanda. In questo caso gli atti terroristici sono coordinati e pianificati per lunghi periodi e comunque non mirano a colpire il comune cittadino. Si tratta di una guerra asimmetrica in cui, non potendo combattere in campo aperto per una palese inferiorità militare e per mancanza di uomini e di mezzi, si ricorre ad azioni sanguinose ripetute che colpiscono l’opinione pubblica e pongono alcune questioni irrisolte all’attenzione di tutti. Il terrorismo palestinese fu ed è ancora di questo tipo. Inutile dire che in queste attività terroristiche può esserci un forte sostegno da parte di Stati stranieri che hanno un qualche interesse nell’appoggiare una parte o l’altra.

Difficile è parlare di atti terroristici come quello compiuto ieri a Magdeburgo, perché le cause concorrenti possono essere diverse. Non è un mistero che da qualche decennio il radicalismo islamico abbia fatto proseliti e poichè una religione ha una forte componente irrazionale è piuttosto complesso parlarne. Nell’Islam radicale la figura del “martire” ha una rilevanza ormai quasi ignota nelle altre fedi. I martiri cristiani appartengono agli esordi del cristianesimo come testimoni di una fede che subiva tremende persecuzioni, ma oggi nè nel cristianesimo, nè nelle altre confessioni religiose che contano più adepti il martirio è preso in considerazione come estrema testimonianza di fede.

Ma non solo di questo si tratta. In passato un atto terroristico poteva provocare la morte di un numero circoscritto di persone, mentre oggi la situazione è cambiata. Un’automobile o un camion si trasformano in armi micidiali se lanciate contro una folla che assiste a uno spettacolo o festeggia una ricorrenza civile o religiosa. Ignorare che la propria vita possa essere spezzata da un momento all’altro può generare un’ansia insopportabile con tutte le conseguenze che possiamo immaginare. In un certo senso dal punto di vista psicologico il terrorismo praticato con una certa continuità genera più paura di una guerra dichiarata. L’esempio dell’Ucraina sistematicamente bombardata dai russi è esemplificativo. Tutte le abitazioni hanno spazi abbastanza protetti, le grandi città hanno i corridoi delle metropolitane e i bombardamenti per lo più avvengono di notte. Per quanto terribile sia, ci si abitua a convivere col pericolo di morire prendendo il massimo di precauzioni possibile.

Il tenore delle reazioni a un atto terroristico come quello di Magdeburgo è abbastanza uniforme. Ovviamente la società contemporanea promuove un tipo di vita in cui la libertà di movimento, gli assembramenti festosi, o talvolta necessari come in una stazione o in una fermata di autobus o uno stadio o una chiesa, non possono essere proibiti. Certamente è possibile prestare più attenzione in casi specifici, lavorare di intelligence, ma qualunque precauzione può risultare vana se vengono prese di mira circostanze, come quella di Magdeburgo, che di per se non appaiono particolarmente pericolose.

L’effetto sulla psicologia collettiva è la ricerca della sicurezza, che può anche arrivare in casi estremi alla militarizzazione della vita quotidiana. E non solo a questo perchè ci si inoltra sul terreno estremamente scivoloso dei pregiudizi. Nella realtà i responsabili di atti terroristici in tempo di pace sono statisticamente insignificanti, ma con i mezzi di cui in qualche caso i terroristi dispongono, le vittime possono essere numerose. Per averne un’idea basterebbe pensare alle Torri Gemelle di New York colpite da due aerei di linea. E comunque anche se numerose non sono le vittime, si tratta di una situazione che nel mondo pacificato del secondo dopoguerra nessuno vuole accettare. Per questo i partiti di Destra in Europa, sia pure lentamente, guadagnano terreno promettendo più protezione per i cittadini. Altra cosa poi è che siano capaci di offrirla. Si parla di espulsioni di massa al di là e al di qua dell’Atlantico e il mondo occidentale sembra incominciare a configurarsi come una cittadella medievale sotto un assedio continuo. L’idea della solidarietà con i più sfortunati sembra sulla via di soccombere se il costo di essa è la sicurezza personale. E d’altra parte la società benestante ha bisogno della manodopera di chi si accontenta di vivere modestamente, o peggio, pur di non correre il rischio della povertà assoluta. Evitiamo di parlare di chi disponendo di risorse finanziarie arruola e addestra futuri terroristi perchè la materia è molto complessa, in buona parte ignota e fortemente caratterizzata da repentini cambiamenti di obiettivi. Ciò in un teatro mondiale in cui ciascun attore sembra interpretare un proprio copione non concordato con gli altri, pur incominciando noi a temere che l’improvvisazione stia ormai per prendere il posto di qualunque sceneggiatura. Una cosa, però si può dire: non ci si poteva pensare prima ? La risposta è no, perchè gli uomini non apprendono per previsioni ma per esperienza. Quella della guerra atomica non l’abbiamo ancora fatta.