di Giuseppe Gagliano

Nel colloquio tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il collega tedesco Johann Wadephul è emersa una doppia verità: la Cina vuole certezze politiche, l’Europa pretende garanzie industriali. In mezzo una relazione asimmetrica che mostra tutta la vulnerabilità tedesca ed europea in un momento denso di frizioni commerciali e di transizioni tecnologiche delicate.

Wang Yi ha ribadito che il principio “una sola Cina” resta la pietra angolare dei rapporti con Berlino. Non è una richiesta nuova, ma la fermezza con cui è stata ripetuta indica che Pechino teme che anche la Germania possa allinearsi al crescente irrigidimento occidentale sulla questione Taiwan. Il richiamo alla “cooperazione, non alle liti” è il modo diplomatico con cui Pechino invita Berlino a non farsi trascinare in un confronto politico su Taipei o sul mancato equilibrio strategico europeo verso l’Asia.

Dalla parte tedesca, Wadephul ha messo sul tavolo il punto davvero sensibile: i semiconduttori e le terre rare. L’intero sistema industriale europeo, e in particolare quello automobilistico tedesco, dipende ancora in misura eccessiva dai fornitori cinesi. Le restrizioni all’export introdotte da Pechino, unite alla guerra commerciale con Washington e al ruolo crescente dell’Olanda nella governance dei chip europei, hanno mostrato quanto sia fragile la catena di approvvigionamento.

Le parole del ministro tedesco, ovvero “l’incertezza deve essere eliminata”, descrivono non un auspicio ma un’urgenza. Senza stabilità nell’accesso a minerali strategici e microchip, la transizione industriale tedesca ed europea rischia di incepparsi, proprio mentre Stati Uniti e Cina accelerano su nuovi standard tecnologici e sulla corsa all’intelligenza artificiale.

Il fatto che nessuna impresa tedesca abbia ottenuto le nuove licenze cinesi sulle terre rare è un segnale politico: Pechino utilizza la leva delle autorizzazioni come strumento negoziale e come risposta indiretta al controllo olandese su aziende cinesi come Nexperia. In un’Europa frammentata, dove ogni Stato difende il proprio pezzo di filiera tecnologica, la Cina gioca di sponda e rafforza la propria posizione.

La Germania prova a muoversi tra due logiche contraddittorie. Da un lato deve allinearsi alla strategia europea che mira a “de-rischiare” dalla Cina; dall’altro non può incrinare troppo i rapporti con il suo primo partner commerciale. La creazione di un comitato tedesco sulle “relazioni commerciali rilevanti per la sicurezza” è il tentativo di imitare il modello americano, ma senza l’autonomia industriale e finanziaria degli Stati Uniti.

Il risultato è un equilibrio instabile. Si parla di sovranità strategica europea, ma sulle terre rare siamo ancora ai margini. Si parla di reindustrializzazione, ma i chip non si inventano dall’oggi al domani. E mentre Pechino calibra ogni mossa, l’Europa appare intrappolata tra necessità economiche e imperativi politici.

Sul fronte della sicurezza, Berlino ha ribadito le posizioni europee sulla guerra in Ucraina, ma senza ottenere segnali concreti da Pechino. La Cina non si sposta, non allinea la propria narrativa a quella europea e mantiene una postura “costruttiva” che in realtà la mantiene indispensabile anche quando non decide nulla. È una neutralità interessata che le consente di giocare su entrambi i tavoli, quello occidentale e quello russo.

La partita decisiva resta industriale. Senza accesso garantito a terre rare e microchip, la trasformazione tecnologica tedesca rallenterà. Pechino lo sa, e usa questa dipendenza come parte di un disegno più ampio: imporre la propria centralità nelle filiere globali, evitando che l’Europa si sganci troppo o si accodi integralmente agli Stati Uniti.

La Germania, dal canto suo, si trova davanti a un bivio strategico: costruire un’autonomia industriale che oggi non ha, oppure continuare a vivere in un equilibrio fragile tra Pechino e Washington. L’incontro dell’8 dicembre fotografa esattamente questo dilemma: Berlino chiede stabilità, Pechino chiede fedeltà. E l’Europa, ancora una volta, si scopre più dipendente di quanto vorrebbe ammettere.