di Giuseppe Gagliano

Le elezioni in Ghana hanno confermato una tendenza sempre più evidente in Africa: gli elettori, delusi dalla gestione economica e politica dei governi in carica, premiano i partiti d’opposizione. John Mahama, ex presidente del Ghana dal 2012 al 2017, ha sconfitto il vicepresidente uscente Mahamadu Bawumia del New Patriotic Party (NPP), segnando una svolta che riflette tanto il malcontento popolare quanto un desiderio di cambiamento che, almeno sulla carta, promette soluzioni coraggiose a vecchi problemi.

Il contesto in cui si sono svolte le elezioni è emblematico: l’82% dei cittadini ghanesi, secondo i sondaggi, ritiene che l’economia del paese stia andando nella direzione sbagliata. Il default sul debito pubblico nel 2022 ha lasciato ferite profonde, con il Ghana che ha trascorso gli ultimi due anni in un labirinto di negoziati con creditori internazionali e istituzioni finanziarie. Nana Akufo-Addo, il presidente uscente, ha cercato di stabilizzare la situazione, ma il suo impegno si è spesso tradotto in misure impopolari, come tagli alla spesa pubblica e aumenti delle tasse, in un contesto di inflazione galoppante e crescente disoccupazione.

La vittoria di Mahama, in questo scenario, rappresenta meno una fiducia nel suo programma e più una bocciatura dell’amministrazione uscente. Nonostante i suoi precedenti poco brillanti sul piano economico, Mahama ha saputo fare leva su una retorica panafricanista che ha trovato un’eco potente tra i cittadini. La promessa di rinegoziare gli accordi sul debito con termini più favorevoli è un tema che risuona in un paese dove il peso del debito estero è percepito come una delle principali cause di impoverimento.

L’agenda del nuovo presidente sarà tutt’altro che semplice. La ristrutturazione del debito sarà la priorità assoluta, ma qui si annidano le prime ambiguità. Mahama non ha chiarito come intenda procedere: con quali creditori negozierà? Quali concessioni sarà disposto a fare? L’idea di orientarsi verso soluzioni più “panafricaniste” potrebbe portarlo a cercare un sostegno maggiore dalla Cina o dai Paesi del Golfo, ma ciò rischierebbe di allontanarlo dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, storicamente partner strategici del Ghana.

Nel frattempo, la popolazione si aspetta risposte rapide. La disoccupazione giovanile, il caro vita e la carenza di infrastrutture restano temi caldi. Mahama avrà poco margine di manovra per giustificare ritardi o fallimenti, soprattutto considerando che molti elettori lo hanno votato non tanto per convinzione quanto per mancanza di alternative.

Sul piano regionale, Mahama eredita una situazione altrettanto complicata. I rapporti con alcuni membri dell’Ecowas, in particolare il Burkina Faso, sono tesi. Accra è stata accusata di supportare gruppi armati attivi sul territorio burkinabé, un’accusa che il precedente governo ha sempre negato, ma che pesa sui rapporti bilaterali. La stabilità regionale sarà cruciale non solo per la sicurezza del Ghana, ma anche per mantenere il paese un interlocutore affidabile agli occhi della comunità internazionale.

Mahama dovrà inoltre affrontare un’Ecowas frammentata, incapace di rispondere efficacemente alla crescente instabilità politica nella regione. I recenti colpi di Stato in Niger, Mali e Guinea hanno messo in crisi la credibilità dell’organizzazione, e il Ghana, tradizionalmente uno dei suoi membri più influenti, avrà il compito di proporre un nuovo modello di cooperazione regionale.

Un’altra incognita è rappresentata dal rapporto con gli Stati Uniti, in un momento di incertezza rispetto all’impegno americano in Africa. Se sotto Biden il Ghana è stato corteggiato come partner strategico nella lotta contro il terrorismo e nella promozione della democrazia, il ritorno di Donald Trump potrebbe cambiare drasticamente le carte in tavola. Trump ha sempre mostrato poco interesse per il continente africano, ma l’establishment ghanese spera di sfruttare i legami tra i potenti gruppi pentecostali locali e le comunità evangeliche americane per mantenere un canale di dialogo privilegiato.

In questo contesto, una prima prova di questa convergenza potrebbe essere rappresentata dalla promulgazione della controversa legge che rende l’omosessualità un reato penale. Mahama si è dichiarato incline a firmare la normativa, una mossa che, se da un lato rafforzerebbe il sostegno dei gruppi conservatori sia in Ghana che negli Stati Uniti, dall’altro rischierebbe di attirare critiche da parte delle organizzazioni internazionali per i diritti umani.

La vittoria di John Mahama rappresenta un cambio di leadership, ma non necessariamente un cambiamento di rotta. Le sfide economiche, le tensioni regionali e le incertezze nei rapporti con gli Stati Uniti renderanno il suo mandato un test cruciale non solo per il Ghana, ma per l’intera Africa occidentale.

In ultima analisi, il successo o il fallimento del suo governo dipenderanno dalla sua capacità di tradurre le promesse in risultati concreti. Per ora, gli elettori ghanesi si sono affidati al passato per costruire un futuro incerto. Ma in un continente dove le delusioni politiche sono all’ordine del giorno, la pazienza della popolazione potrebbe non durare a lungo.