di Giuseppe Gagliano –
Il presidente ghanese John Mahama ha annunciato che il suo Paese accoglierà temporaneamente cittadini dell’Africa occidentale espulsi dagli Stati Uniti. Quattordici persone sono già atterrate ad Accra, per lo più nigeriani successivamente rimpatriati. La decisione si inserisce nella linea dura voluta da Donald Trump, che sta moltiplicando gli accordi di riammissione con Paesi terzi per dare un segnale forte ai propri elettori.
Se per Mahama l’accordo è coerente con la normativa regionale ECOWAS, che consente la libera circolazione dei cittadini dell’Africa occidentale, la popolazione ghanese è tutt’altro che unanime. Negli ultimi mesi, Accra è stata teatro di proteste contro la comunità nigeriana, accusata di alimentare criminalità e concorrenza economica sleale. L’arrivo di nuovi migranti, questa volta forzati e percepiti come “indesiderati” dagli Stati Uniti, rischia di riaccendere la miccia di tensioni già difficili da gestire.
Il Ghana diventa così il primo Paese dell’Africa occidentale a sottoscrivere un’intesa di questo tipo, mentre la Nigeria ha rifiutato categoricamente, denunciando le pressioni di Washington. L’operazione ha quindi anche un valore simbolico: mostra che l’influenza statunitense resta decisiva in una regione dove la concorrenza geopolitica è crescente, con Cina e Russia sempre più presenti. Mahama, pur parlando di rapporti “tesi” con gli USA e auspicando un aumento dell’export verso Pechino, ha scelto di non rompere con Washington.
Negli Stati Uniti il dossier migratorio resta centrale per Trump. Le espulsioni di massa – già attuate verso Panama, El Salvador e Sud Sudan – servono a dimostrare che la Casa Bianca mantiene le promesse e sa imporre la propria agenda anche a Paesi sovrani. L’accordo con il Ghana ha dunque un valore elettorale, utile a rafforzare l’immagine di un presidente determinato a fermare l’immigrazione clandestina.
Per il Ghana la scommessa è rischiosa. Se le tensioni interne dovessero crescere, Mahama potrebbe pagare un prezzo politico elevato. Allo stesso tempo, l’adesione alla strategia americana potrebbe incrinare i rapporti con i vicini più restii ad accettare la logica delle deportazioni, come la Nigeria. Il Paese potrebbe trovarsi schiacciato tra l’esigenza di non rompere con Washington e la necessità di preservare la stabilità interna e le relazioni regionali.
Questo episodio mostra come la politica migratoria statunitense abbia ormai una dimensione planetaria. L’Africa occidentale, alle prese con problemi di sicurezza, crescita demografica e fragilità economiche, rischia di diventare il teatro di nuove tensioni se la gestione degli espulsi non sarà accompagnata da programmi di reintegrazione e sostegno alle comunità locali. Il Ghana, trasformato in piattaforma logistica delle espulsioni, dovrà dimostrare di saper bilanciare interessi geopolitici, stabilità sociale e consenso interno.




